GERARDO
LISCO: QUANDO L’ECONOMIA TORNA A MISURA DELL’UOMO
La “teologia economica” di Leone
XIV tra lavoro, comunità, tecnologia e limite
L’articolo
di Gerardo Lisco, pubblicato si “Pensieri Meridiani” propone una lettura
originale della Magnifica
Humanitas
di Leone XIV, sottraendola alla rapidità delle interpretazioni del momento per
riportarla al centro di una riflessione più ampia sull’uomo e sulla società.
Il punto di partenza è una domanda semplice e, proprio per questo, decisiva: quale idea dell’uomo deve orientare le nostre
scelte economiche?
Lisco individua nella centralità della persona il filo conduttore di una
riflessione che attraversa il lavoro, il bene comune, la comunità e le
trasformazioni tecnologiche.
Ne emerge una critica non al mercato o all’innovazione in quanto tali, ma alla
possibilità che diventino essi stessi il criterio ultimo con cui misurare il
valore delle nostre scelte.
Particolarmente attuale è il passaggio dedicato all’intelligenza artificiale:
non basta chiedersi quanto la tecnologia possa produrre, ma anche quali
conseguenze essa determini sul lavoro, sulle relazioni e sulla dignità della
persona.
Da qui nasce il concetto di limite,
inteso non come rifiuto dello sviluppo, ma come condizione per distinguere il
progresso dalla semplice crescita della potenza economica e tecnologica.
Lisco costruisce così una sorta di triangolo ideale: lavoro, comunità e limite, tre
categorie attraverso le quali ricondurre l’economia alla sua funzione
originaria: essere al servizio della vita umana.
Una riflessione che, al di là della dimensione strettamente religiosa,
interpella il dibattito contemporaneo sulla direzione che vogliamo dare alla
nostra società.
Perché la domanda finale non riguarda soltanto ciò che saremo capaci di
produrre o di inventare, ma quale
idea di umanità vogliamo costruire attraverso ciò che produciamo e innoviamo.
È questo il tema che Gerardo Lisco affida alla nostra riflessione.
Gianfranco
Blasi
La
teologia economica di Papa Leone XIV
di Gerardo Lisco
Ho volutamente lasciato trascorrere del tempo
prima di proporre una riflessione sulla Magnifica Humanitas di Leone XIV. Non
per disinteresse, ma per una scelta precisa. Ho preferito attendere che si
esaurisse quello che definirei lo sfogatoio mainstream seguito alla pubblicazione
dell'Enci-clica: il susseguirsi immediato di commenti, interpretazioni,
semplificazioni e prese di posizione che accompagna ormai ogni documento
destinato ad avere una significativa risonanza pubblica. In questi casi il
rischio è che la necessità di commentare prevalga su quella di comprendere e
che un testo complesso venga rapidamente ricondotto alle categorie già
disponibili nel dibattito pubblico. Un'Enciclica, invece, richiede tempo.
Richiede di essere letta, riletta e, soprattutto, osservata alla luce dei
processi reali che attraversano la società. C'è poi una seconda ragione, forse
ancora più importante, che mi induce a tornarvi oggi. Il contesto nel quale
viviamo è segnato dalla guerra, dall'incertezza economica e da difficoltà che
incidono direttamente sulla vita quotidiana. Famiglie e imprese si confrontano
con costi crescenti, fragilità economiche e una generale difficoltà nel
co-struire prospettive per il futuro. Le trasformazioni tecnologiche, a partire
dall'intelligenza artificia-le, aggiungono ulteriori interrogativi sul lavoro,
sulla distribuzione della ricchezza e sulla tenuta delle relazioni sociali. È
proprio in un momento come questo che riportare l'attenzione sulla Ma-gnifica
Humanitas può essere utile. Non tanto per cercarvi risposte contingenti ai
singoli problemi economici, quanto perché l'Enciclica pone una domanda che
viene prima delle possibili soluzioni: quale idea dell'uomo e della società
deve orientare le nostre scelte economiche? Riletta fuori dall'immediatezza del
dibattito che ne ha accompagnato la pubblicazione, la Magnifica Humanitas mi
sembra infatti contenere qualcosa di più di una riflessione sull'intelligenza
artificiale, sul lavoro o sulle trasformazioni tecnologiche. Mi sembra
delineare un criterio attraverso il quale leggere l'e-conomia stessa e il posto
che essa deve occupare nella società. È da questa considerazione che na-sce la
riflessione che segue.
In linea di massima siamo abituati a parlare di
teologia politica, vale a dire del rapporto che lega le categorie politiche a
quelle teologiche. Il riferimento inevitabile è Carl Schmitt, secondo il quale
i concetti fondamentali della moderna dottrina dello Stato sono concetti
teologici secolarizzati. Me-no consueto è parlare di teologia economica. Eppure
la categoria non è del tutto estranea alla ri-flessione contemporanea. Giorgio
Agamben, in particolare ne Il Regno e la Gloria, ha indagato la genealogia
teologica dell'economia e del governo, risalendo al significato originario
dell'oikono-mia e al suo ruolo nella tradizione cristiana. La lettura della
Magnifica Humanitas di Leone XIV suggerisce, tuttavia, una diversa possibilità
di intendere la teologia economica: non soltanto ricer-care l'origine teologica
di determinate categorie economiche, ma interrogarsi sulle conseguenze
economiche che discendono da una precisa concezione teologica dell'uomo. È in
questo senso che ritengo possibile parlare di una teologia economica di Leone
XIV.
Per comprendere questa affermazione occorre
necessariamente prendere le mosse dall'introduzio-ne dell'Enciclica. Scrive
Leone XIV: «La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una
scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove
Dio e l'umanità abitano insieme». Fin dalle prime righe viene posto, in modo
chiaro e radicale, il tema dell'umani-tà come creazione di Dio. È questo il
fondamento sul quale si sviluppa l'intera riflessione successi-va. L'orizzonte
è quello della costruzione di una città nella quale Dio e l'umanità possano abitare
insieme. Ma tale costruzione non può prescindere dalle forme concrete
attraverso le quali gli uo-mini organizzano la società, il lavoro, la
produzione e la distribuzione della ricchezza. È precisa-mente in questo
passaggio che la teologia incontra l'economia. Negli ultimi tre o quattro
decenni abbiamo assistito, al contrario, a un progressivo rovesciamento del
rapporto tra economia, società e politica. L'economia ha assunto una posizione
sempre più egemone rispetto tanto alle relazioni sociali quanto a quelle
politiche. La società è diventata sempre meno comunità e sempre più mer-cato;
la politica, a sua volta, ha rischiato di ridursi a funzione regolatrice e
normativa del mercato e degli interessi che in esso operano. La prospettiva
indicata da Leone XIV sembra rovesciare que-sto paradigma: non è l'economia a
stabilire ciò che è possibile per l'uomo, ma è una determinata concezione
dell'uomo a stabilire ciò che può essere richiesto all'economia.
Naturalmente, una riflessione di questo tipo non
nasce con Leone XIV. Già con Papa Francesco era emersa con forza una
riflessione sull'economia. Il 1° maggio 2019 Francesco convocò ad Assisi
giovani economisti e imprenditori invitandoli a «dare un'anima all'economia di
domani». Da quell'iniziativa nacque The Economy of Francesco. Questa esperienza
ha trovato importanti punti di contatto con la tradizione dell'economia civile,
sulla quale hanno lavorato, tra gli altri, Luigino Bruni, Stefano Zamagni e
Leonardo Becchetti. Le sue origini moderne possono essere ricondotte ad Antonio
Genovesi e Giacinto Dragonetti, mentre radici ancora più lontane possono essere
indi-viduate nella Scolastica francescana. L'economia civile si distingue dalla
tradizione della political economy perché attribuisce un valore centrale alla reciprocità,
alle relazioni, alla fiducia e al bene comune. Si presenta quindi come una
tradizione differente rispetto all'individualismo che ha carat-terizzato una
parte importante del pensiero economico moderno. Sarebbe tuttavia riduttivo
identi-ficare semplicemente la prospettiva di Leone XIV con l'economia civile.
La questione posta dalla Magnifica Humanitas sembra più profonda: riguarda il
criterio attraverso il quale giudicare l'eco-nomia stessa. L'economia civile
può rappresentarne una possibile traduzione, ma il fondamento in-dicato
dall'Enciclica precede qualsiasi specifico modello economico.
Ed è qui che ritorna centrale il lavoro. Il tema
attraversa la storia del cristianesimo fin dalle sue origini. È sufficiente
ricordare la seconda Lettera ai Tessalonicesi di San Paolo. In un mondo
clas-sico nel quale il lavoro manuale era prevalentemente associato ai servi e
agli schiavi, il cristiane-simo contribuisce a restituirgli dignità. Da
Sant'Agostino a San Benedetto da Norcia, fino alla grande stagione della
dottrina sociale della Chiesa inaugurata dalla Rerum Novarum di Leone XIII e
proseguita, in forme differenti, da Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI
e Francesco, il la-voro costituisce un filo rosso che attraversa la storia
della Chiesa. Il lavoro non possiede soltanto un valore economico. Non è
semplicemente uno dei fattori della produzione. È espressione della persona,
relazione con gli altri e partecipazione alla continuazione dell'opera
creatrice. Il lavoro acquista così un significato che è contemporaneamente
economico, sociale, politico e religioso.
È a partire da questa concezione che può essere
compreso anche il richiamo di Leone XIV al bene comune. Scrive il Papa: «È
un'illusione pensare che basti cercare il proprio progresso per contri-buire al
bene di tutti, senza doversi realmente preoccupare degli altri». Il bene
comune, prosegue Leone XIV, non coincide con la semplice somma dei beni
individuali: dall'interdipendenza tra le persone nasce un «plus», una rete di
bene sociale capace di superare e, nello stesso tempo, arric-chire gli
interessi dei singoli. È una concezione che mette radicalmente in discussione
l'idea se-condo la quale dalla sola ricerca dell'interesse individuale possa
derivare automaticamente il bene collettivo. Centralità del lavoro e relazione
tra le persone conducono così al recupero della comu-nità.
Ed è proprio la centralità del lavoro a consentire
di affrontare una delle questioni decisive del no-stro tempo: l'innovazione
tecnologica e, in particolare, l'intelligenza artificiale. La questione non
consiste nel contrapporre l'uomo alla macchina né nel rifiutare l'innovazione.
Il problema è stabili-re secondo quale criterio debba essere valutato il
progresso tecnologico. Se il criterio è esclusiva-mente quello del profitto e
dell'efficienza, ogni innovazione capace di ridurre il costo del lavoro e
aumentare la produttività sarà necessariamente considerata positiva. Ma se al
centro viene posta la Magnifica Humanitas, il criterio cambia. Diventa allora
necessario domandarsi quali conseguenze produca l'innovazione sulla persona,
sul lavoro e sulla comunità. Chi beneficia dell'aumento di produttività
generato dall'intelligenza artificiale? Chi ne sopporta i costi? Quali effetti
produce la sostituzione del lavoro umano con le macchine? E soprattutto: può il
profitto costituire l'unica mi-sura attraverso la quale valutare tali
trasformazioni? In questa prospettiva il mercato cessa di esse-re il criterio
ultimo di valutazione dell'agire economico e torna a essere uno degli strumenti
attra-verso i quali vengono organizzate le relazioni economiche e sociali.
Prima viene la Magnifica Humanitas.
È questo, a mio parere, il punto dal quale è
possibile cogliere fino in fondo il significato dell'Enci-clica. Se il lavoro è
relazione e partecipazione all'opera creatrice, esso rappresenta uno degli
stru-menti attraverso i quali la persona entra in rapporto con gli altri e
costruisce la comunità. Dopo il lavoro, dunque, emerge inevitabilmente il
secondo grande tema della Magnifica Humanitas: la comunità. Il recupero della
dimensione comunitaria diventa essenziale per affrontare le grandi
tra-sformazioni del nostro tempo: l'intelligenza artificiale, le migrazioni, la
transizione ecologica, le crescenti disuguaglianze. Sul tema delle migrazioni Leone
XIV riprende un principio già presente nel magistero precedente: accanto al
dovere dell'accoglienza deve essere riconosciuto anche il di-ritto a non
emigrare, cioè la possibilità per ogni persona di vivere dignitosamente nella
propria ter-ra senza essere costretta dalla povertà, dalla guerra o dalla
mancanza di prospettive ad abbando-narla. Lo stesso vale per la transizione
ecologica. Con la Laudato si' Papa Francesco aveva aperto una strada
fondamentale, mostrando l'impossibilità di separare la questione ambientale da
quella sociale. Leone XIV si colloca lungo questo cammino, ma le trasformazioni
in corso rendono anco-ra più evidente un problema: ogni transizione produce
costi e benefici e pone inevitabilmente la questione di come essi debbano
essere distribuiti. Pensare di affrontare la transizione ecologica af-fidandosi
esclusivamente ai meccanismi del mercato e alla logica del profitto rischia di
rendere estremamente difficile la costruzione del consenso sociale necessario
alla trasformazione. Se i co-sti vengono sopportati prevalentemente da alcuni
mentre i benefici vengono concentrati nelle mani di altri, la transizione
rischia di alimentare nuove disuguaglianze e nuovi conflitti. Per questo il
tema della comunità non rappresenta un elemento accessorio della riflessione
economica. Ne co-stituisce il presupposto.
Lavoro e comunità conducono infine a un terzo
concetto: il limite. È forse proprio questa la cate-goria attraverso la quale
comprendere il significato più profondo della teologia economica di Leo-ne XIV.
La modernità economica e tecnologica ha progressivamente alimentato l'idea
della possi-bilità di una crescita potenzialmente illimitata: della produzione,
dei consumi, della capacità tec-nologica, della trasformazione della natura e,
oggi, persino delle capacità cognitive affidate alle macchine. La Magnifica
Humanitas sembra ricordarci, invece, che esiste un limite che nessun cal-colo
economico può oltrepassare: la persona umana. Il limite non rappresenta
necessariamente la negazione dello sviluppo. Al contrario, è ciò che permette
di distinguere lo sviluppo dalla semplice crescita della potenza economica e
tecnologica. Un'economia senza limite finisce per considerare tutto come mezzo:
il lavoro, la natura, le relazioni e, infine, l'uomo stesso. La teologia
economica di Leone XIV può essere allora letta come un tentativo di ricostruire
una gerarchia che negli ultimi decenni si è progressivamente rovesciata: non
l'uomo per l'economia, ma l'economia per l'uomo; non la comunità subordinata al
mercato, ma il mercato inserito nella comunità; non la tecnologia come misura
del possibile, ma la persona come misura del progresso. Lavoro, comunità e
limite diventano così le tre categorie attraverso le quali ricondurre
l'economia alla sua funzione origina-ria: essere uno strumento al servizio
della vita umana e non il principio attraverso il quale attribui-re valore alla
vita stessa.
È forse qui che la Magnifica Humanitas manifesta
pienamente la propria natura di teologia eco-nomica. Se la teologia politica ha
cercato di mostrare quanto di teologico sopravviva nelle catego-rie della
politica moderna, Leone XIV sembra proporre il movimento inverso: partire da
una con-cezione teologica della persona per interrogare l'economia, la
tecnologia e la società. La domanda decisiva, allora, non è più soltanto quanto
possiamo produrre, né quanto possiamo innovare, ma quale umanità vogliamo
costruire attraverso ciò che produciamo e attraverso ciò che innoviamo. È
questa domanda a riportare l'economia dentro la Magnifica Humanitas.

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