Torno
con piacere a proporre ai lettori del mio Blog una nuova riflessione di Gerardo
Lisco. È un articolo che non offre risposte facili e che, proprio per questo,
merita di essere letto con attenzione.
La domanda da cui parte è inquietante: stiamo semplicemente costruendo gli
strumenti necessari a difenderci oppure stiamo progressivamente organizzando le
nostre economie, le nostre istituzioni e persino il nostro modo di pensare
intorno alla possibilità della guerra?
Lisco parla di una “gabbia
di ferro”: non necessariamente la guerra già combattuta, ma una
società che finisce per considerarla sempre più normale, inevitabile, quasi
necessaria.
È una riflessione che non nega la minaccia russa né il diritto dell’Europa alla
sicurezza. Chiede, però, che il riarmo, i suoi costi e soprattutto i suoi
possibili sbocchi restino dentro una discussione democratica.
Una domanda scomoda, dunque. Ma forse proprio le domande scomode sono quelle
che, in tempi come questi, abbiamo più bisogno di ascoltare.
Gianfranco
Blasi
La
guerra come gabbia di ferro
di Gerardo Lisco
Fino a poco tempo fa pensavo che nessuno, in Europa, volesse realmente una guerra con la Russia. Pensavo che la guerra servisse soprattutto come minaccia: agitare il pericolo russo per giustificare il riarmo, aumentare le spese militari, preparare le popolazioni ai sacrifici e introdurre progressivamente un’economia di guerra. Oggi non ne sono più convinto. Non perché esista la prova di un piano europeo per scatenare una guerra contro Mosca. Sostenere una cosa del genere significherebbe sostituire l’analisi con la propaganda. Il problema è più serio: l’Europa sta costruendo strutture economiche, industriali e militari destinate a sostenere nel tempo un confronto sempre più duro con la Russia. E quando un continente comincia a organizzare la propria economia, la propria industria e persino la propria opinione pubblica intorno alla possibilità della guerra, diventa legittimo chiedersi se si stia semplicemente preparando a evitarla o se, passo dopo passo, non stia contribuendo a renderla possibile. Non è un’impressione. È scritto nei documenti ufficiali. Il piano ReArm Europe/Readiness 2030 prevede la possibilità di mobilitare circa 800 miliardi di euro per la difesa. La NATO ha stabilito che entro il 2035 gli alleati arrivino a destinare complessivamente il 5 per cento del PIL alla difesa e alle spese connesse alla sicurezza: almeno il 3,5 per cento per le esigenze fondamentali della difesa e fino all’1,5 per cento per infrastrutture, resilienza, innovazione e industria militare. La cooperazione con l’Ucraina, inoltre, non riguarda più soltanto la consegna di armi. Francia e Ucraina hanno concordato la produzione su licenza in territorio ucraino di bombe AASM e missili SCALP; Francia e Italia hanno autorizzato la produzione in Ucraina dei missili Aster 30. Non siamo più davanti soltanto a misure emergenziali adottate dopo l’invasione russa del febbraio 2022. Stiamo costruendo un sistema industriale, finanziario e militare destinato a durare. È precisamente questo che dovrebbe aprire una discussione politica enorme: dove conduce questa strada? Il problema non è stabilire se l’Europa abbia il diritto di difendersi. Naturalmente lo ha. Il problema è capire quando la deterrenza cominci a trasformarsi in una spirale nella quale ogni nuovo passo rende necessario quello successivo. L’Europa aumenta la propria capacità militare perché considera la Russia una minaccia; Mosca interpreta il riarmo europeo come un’ulteriore minaccia; la risposta russa viene utilizzata per giustificare un nuovo aumento della capacità militare europea. Ognuno sostiene di reagire alle decisioni dell’altro e tutti finiscono progressivamente più vicini allo scontro. La vicenda dell’aeroporto di Lipsia/Halle mostra quanto sia delicato il terreno sul quale ci stiamo muovendo. Il governo tedesco ha attribuito alla Russia la responsabilità del tentato attacco con un drone carico di esplosivo; Mosca respinge l’accusa. Kaja Kallas ha dichiarato che l’episodio presenta le caratteristiche del terrorismo sponsorizzato da uno Stato. È possibile che gli apparati tedeschi dispongano di elementi solidi. Ma proprio perché accuse di questa natura possono contribuire a spingere un continente verso lo scontro con una potenza nucleare, non possiamo permetterci scorciatoie. Le prove devono essere solide, le responsabilità dimostrate e la distinzione tra fatti accertati, valutazioni dell’intelligence e comunicazione politica deve rimanere chiarissima. La storia recente dovrebbe averci insegnato qualcosa sulle conseguenze di una certezza politica che precede l’accertamento pubblico dei fatti. Le inesistenti armi di distruzione di massa irachene dovrebbero essere ancora nella memoria di tutti. C’è poi un elemento che stride con la rappresentazione di una guerra ormai alle porte. Il 30 agosto un funzionario della NATO ha dichiarato che, pur osservando un aumento delle attività ibride russe in Europa, l’Alleanza non vede al momento una minaccia imminente di attacco diretto. La distinzione è fondamentale. Prepararsi a difendersi da una minaccia è una cosa. Convincere centinaia di milioni di cittadini che la guerra sia ormai inevitabile è un’altra. Per comprendere perché tutto questo possa assumere un significato che va oltre la sicurezza bisogna guardare alla crisi politica dell’Europa. L’Unione Europea è stretta fra Stati Uniti, Cina e Russia senza avere conquistato una reale autonomia strategica e, contemporaneamente, è sottoposta a una crescente contestazione interna. In Germania AfD ha conquistato uno spazio politico impensabile soltanto pochi anni fa. In Gran Bretagna Reform UK di Nigel Farage è diventato uno dei principali protagonisti della competizione politica. In Francia l’area politica raccolta intorno a Marine Le Pen rimane centrale. Anche in Italia stanno emergendo nuove forze apertamente critiche nei confronti dell’attuale costruzione europea. Sono fenomeni profondamente differenti e sarebbe sbagliato confonderli. Ma indicano tutti qualcosa che non può essere ignorato: una parte crescente degli elettori non riconosce più automaticamente l’autorità delle classi dirigenti che hanno governato il continente negli ultimi decenni. È precisamente dentro questa crisi che la guerra può diventare una gabbia di ferro. Non serve immaginare una stanza segreta nella quale oligarchi e tecnocrati europei abbiano deciso di provocare un conflitto per conservare il proprio potere. Il meccanismo è molto più semplice e, proprio per questo, più pericoloso. Un sistema politico che perde consenso può trovare nella minaccia esterna una nuova fonte di legittimazione. Una società convinta di trovarsi davanti a un pericolo esistenziale accetta più facilmente ciò che in condizioni normali discuterebbe o rifiuterebbe. Centinaia di miliardi destinati alla difesa diventano inevitabili. Le deroghe alle regole di bilancio diventano necessarie. La riconversione industriale diventa urgente. I sacrifici economici vengono trasformati in responsabilità collettiva. E chi mette in discussione quelle scelte rischia di non essere più considerato semplicemente un avversario politico, ma qualcuno che indebolisce il fronte interno. È questa la gabbia di ferro: non necessariamente la guerra già combattuta, ma una società progressivamente organizzata intorno alla possibilità permanente della guerra. Ed è qui che il cambiamento del linguaggio pubblico diventa decisivo. Non parliamo più soltanto di carri armati, missili o bilanci militari. Si comincia a discutere apertamente della necessità di preparare psicologicamente le società europee alla possibilità del conflitto. Nathalie Tocci lo ha scritto con particolare chiarezza sull’Economist nel luglio 2026. Nel suo ragionamento la deterrenza non può essere soltanto militare: deve riguardare anche la disposizione delle società europee ad affrontare la possibilità della guerra. Tocci arriva a sostenere che un dispiegamento di militari europei in Ucraina, anche prima di un ipotetico cessate il fuoco, potrebbe contribuire a sviluppare nei cittadini europei una mentalità più preparata al conflitto e, avvicinando la realtà della guerra alle nostre società, rafforzare la capacità di deterrenza. Non bisogna deformare il suo pensiero. Tocci sostiene questa posizione precisamente perché ritiene che una maggiore preparazione possa impedire alla guerra di estendersi. Ma è proprio questo che rende il ragionamento politicamente importante. Siamo arrivati al punto in cui, per preservare la pace, viene considerato necessario costruire una società psicologicamente preparata alla guerra. Il paradosso è evidente: per impedire la guerra dobbiamo prepararci alla guerra; per prepararci alla guerra dobbiamo convincere i cittadini che essa sia realmente possibile; per convincerli dobbiamo modificare la percezione della minaccia, le priorità economiche e la disponibilità ad accettare sacrifici. Ma quando l’economia, l’industria e la psicologia collettiva vengono progressivamente organizzate intorno alla possibilità del conflitto, dove finisce la deterrenza e dove comincia la costruzione delle condizioni che rendono la guerra politicamente accettabile? La posizione espressa da Massimo Giannini è diversa e proprio per questo merita di essere distinta. Giannini ha sostenuto la necessità di una difesa europea, ma ha anche posto una questione democratica essenziale: se la difesa è diventata un destino dell’Europa, i governi devono spiegare ai cittadini come intendono realizzarla, perché, con quali obiettivi e soprattutto con quali risorse. In un altro intervento ha ricordato che la costruzione di una difesa comune finirà inevitabilmente per avere un costo che ricadrà anche sui cittadini. Sono domande che dovrebbero essere al centro della discussione pubblica e che invece rischiano di scomparire dietro una parola capace ormai di giustificare tutto: sicurezza. Chi decide fino a dove dobbiamo arrivare? Qual è l’obiettivo finale del riarmo? Quanto siamo disposti a spendere? Quali conseguenze avrà sulle politiche sociali? Quali sacrifici verranno richiesti alle popolazioni? E soprattutto: attraverso quale decisione democratica l’Europa potrebbe passare dalla deterrenza a un coinvolgimento militare diretto contro la Russia? Sopra tutto questo incombe una questione che rende qualsiasi leggerezza semplicemente irresponsabile: le armi nucleari. Secondo le stime SIPRI riferite al gennaio 2026, la Russia possiede un inventario complessivo di circa 5.420 testate nucleari. La Francia ne possiede circa 370 e il Regno Unito 225. Gli Stati Uniti ne hanno circa 5.042. Questi numeri non dicono da soli come si svilupperebbe un conflitto nucleare, ma rendono evidente un fatto: non esiste un equilibrio atomico puramente europeo paragonabile a quello tra Washington e Mosca. La deterrenza nucleare del continente rimane inevitabilmente intrecciata alla presenza americana e alla NATO. Aumentare continuamente il livello dello scontro significa quindi affidarsi alla convinzione di poter controllare l’escalation. Significa scommettere sul fatto che Mosca non utilizzerà l’arma nucleare e che, qualora quella soglia venisse avvicinata o superata, la deterrenza americana continuerà a proteggere l’Europa. Ma chi può garantirlo? Chi conosce davvero la linea rossa del Cremlino? Chi può garantire che non venga superata per errore, per un calcolo sbagliato o semplicemente perché ogni escalation rende politicamente necessaria quella successiva? E soprattutto: chi si assume la responsabilità di scoprirlo sulla pelle di centinaia di milioni di europei? Non è irrilevante che proprio mentre la tensione cresce il direttore della CIA John Ratcliffe sia andato a Mosca. Il 25 agosto la sua presenza nella capitale russa è stata resa nota mentre rimanevano inizialmente riservati contenuti e interlocutori degli incontri. Nei giorni successivi è emerso che nei colloqui sono state affrontate anche le preoccupazioni americane rispetto a possibili azioni russe contro Paesi NATO. Donald Trump, da parte sua, ha minimizzato la portata straordinaria della missione e ha dichiarato di non ritenere che Putin attaccherà un Paese dell’Alleanza. Questo passaggio è importante. Washington e Mosca, mentre pubblicamente aumenta la tensione, continuano a parlarsi attraverso i massimi livelli dei rispettivi apparati di sicurezza. È esattamente ciò che due potenze nucleari responsabili dovrebbero fare. E dovrebbe suggerire prudenza anche all’Europa. È qui che la memoria storica torna utile. Non per costruire equivalenze grossolane. L’Europa di oggi non è l’Europa fascista degli anni Trenta e chi sostiene il riarmo non diventa per questo Marinetti o Mussolini. Sarebbe una caricatura storicamente sbagliata e politicamente inutile. Ma il Novecento ci ha lasciato almeno una lezione che sarebbe folle dimenticare: una guerra, prima di essere combattuta, deve diventare pensabile. Poi possibile. Poi accettabile. Infine inevitabile. Per questo dobbiamo prestare attenzione non soltanto alle armi che vengono prodotte, ma alle parole attraverso le quali una società viene preparata ad accettarne l’utilizzo. Ed eccoci al paradosso finale. L’integrazione europea ha costruito una parte essenziale della propria legittimità sulle macerie di due guerre mondiali. La promessa europea era gigantesca e al tempo stesso semplicissima: mai più una grande guerra nel continente. La pace non era un dettaglio del progetto europeo. Ne era una delle ragioni fondamentali. Oggi rischiamo di assistere al rovesciamento di quella promessa. Il riarmo diventa politica industriale. La sicurezza ridisegna le priorità economiche. La preparazione alla guerra entra nel linguaggio quotidiano. La diplomazia arretra rispetto alla logica militare. Alle popolazioni viene spiegato che devono prepararsi a sacrifici sempre maggiori perché il nemico potrebbe arrivare. È a questo punto che dobbiamo avere il coraggio di porre una domanda scomoda: è la guerra a minacciare l’Europa oppure un’Europa politicamente sempre più fragile sta scoprendo di avere bisogno della minaccia della guerra per ritrovare la propria coesione? Non conosco la risposta definitiva. Ma considero pericoloso persino rifiutarsi di formulare la domanda. Porla non significa essere filorussi. Non significa negare che sia stata la Russia a invadere l’Ucraina nel febbraio 2022. Non significa negare all’Ucraina il diritto di difendersi o agli Stati europei quello di garantire la propria sicurezza. Significa rifiutare l’idea che, proprio perché esiste una minaccia reale, qualsiasi risposta diventi automaticamente necessaria, proporzionata e sottratta alla discussione democratica. È precisamente quando la paura è fondata che il controllo democratico diventa più importante, non meno. I cittadini europei hanno il diritto di sapere quale sia il punto di arrivo di questa strategia. Hanno il diritto di sapere quanto costerà, quali conseguenze sociali produrrà, quali rischi militari comporterà e quale spazio resterà alla diplomazia. E soprattutto hanno il diritto di decidere se vogliono vivere in società organizzate permanentemente intorno alla possibilità di una guerra. Perché esiste un punto oltre il quale prepararsi continuamente alla guerra non significa più soltanto cercare di impedirla. Significa costruire economie, istituzioni e società nelle quali la guerra diventa progressivamente normale. Ed è questo il pericolo più grande. La guerra potrebbe non essere soltanto il punto di arrivo della crisi europea. Potrebbe diventare la gabbia di ferro dentro la quale un sistema in crisi tenta di rinchiudere l’Europa pur di sopravvivere a se stesso.
Per completezza,
e per consentire al lettore di verificare direttamente i dati e gli elementi
sui quali si fonda il ragionamento sviluppato in questo articolo, riporto di
seguito le principali fonti e i documenti utilizzati. Da questi elementi
fattuali muove la mia analisi; le conclusioni e le valutazioni politiche che ne
traggo sono, naturalmente, responsabilità di chi scrive.
Commissione europea, Il futuro della difesa
europea – ReArm Europe/Prontezza per il 2030: piano volto a mobilitare fino a
800 miliardi di euro e a raggiungere la piena prontezza europea alla difesa
entro il 2030.
NATO, Defence investment and NATO’s 5% commitment:
impegno assunto al vertice dell’Aia a raggiungere entro il 2035 il 5 per cento
del PIL in investimenti per la difesa e la sicurezza, di cui almeno il 3,5 per
cento destinato alle esigenze fondamentali della difesa.
Presidenza dell’Ucraina, Dichiarazione congiunta
franco-ucraina, 14 luglio 2026: produzione su licenza in Ucraina di bombe AASM
e missili SCALP e autorizzazione franco-italiana alla produzione su licenza dei
missili Aster 30.
Reuters, 2 settembre 2026: attribuzione da parte
del governo tedesco alla Russia del tentato attacco con drone all’aeroporto di
Lipsia/Halle, dichiarazioni di Kaja Kallas e smentita russa.
Reuters, 30 agosto 2026: dichiarazione di un
funzionario NATO secondo cui l’Alleanza, pur registrando un aumento delle
attività ibride russe in Europa, non rileva una minaccia imminente di attacco
diretto.
SIPRI, SIPRI Yearbook 2026: stime degli arsenali
nucleari riferite al gennaio 2026 — Russia: 5.420 testate complessive; Stati
Uniti: 5.042; Francia: 370; Regno Unito: 225.
Reuters, 25-30 agosto 2026: visita a Mosca del
direttore della CIA John Ratcliffe e successivi chiarimenti sulla missione e
sui contatti avuti con rappresentanti russi.
Nathalie Tocci, The Economist, luglio 2026:
intervento sulla necessità di rafforzare non soltanto la capacità militare
europea, ma anche la preparazione delle società europee alla possibilità della
guerra.
Massimo Giannini, la Repubblica, 28 giugno 2025,
Ora l’Europa spieghi le ragioni del riarmo: riflessione sulla necessità che i
governi europei chiariscano ai cittadini obiettivi, modalità, ragioni e risorse
della nuova politica di difesa.
Massimo Giannini, la Repubblica, 3 aprile 2025,
Armiamoci e pagate. Chi salda il conto per la difesa comune Ue: riflessione sui
costi economici della costruzione di una difesa comune europea.

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