Undici settembre, venticinque anni dopo. E quella
domanda di Oriana Fallaci
di Gianfranco Blasi
Ci sono immagini che il tempo non riesce a consumare.
Restano nella memoria collettiva come una ferita che continua a interrogare il
presente. Quelle degli aerei che entrano nelle Torri Gemelle, delle fiamme,
delle persone che corrono per le strade di Manhattan, delle colonne di fumo e
poi del crollo del World Trade Center appartengono a questa categoria.
L’11 settembre 2001 il mondo assistette in diretta a
una tragedia destinata a cambiare il corso della storia. Quasi tremila persone
persero la vita negli attentati organizzati da Al-Qaeda negli Stati Uniti. Ma
insieme alle vittime, ai vigili del fuoco, ai soccorritori e alle loro
famiglie, quel giorno entrò nella storia anche una certezza: l’Occidente non si
sentiva più invulnerabile.
Sono trascorsi venticinque anni. Un quarto di secolo.
Eppure quella mattina continua a porci domande che non
hanno trovato tutte una risposta.
Ricordare l’11 settembre significa naturalmente
ricordare innanzitutto chi non c’è più. Ma significa anche provare a capire ciò
che accadde dopo. Le guerre, la paura del terrorismo, la trasformazione delle
società occidentali, le nuove forme di radicalizzazione, il rapporto sempre più
complesso fra sicurezza e libertà. E soprattutto una domanda che, forse,
abbiamo evitato troppo a lungo: quanto l’Occidente abbia continuato a
credere in se stesso.
Diciotto giorni dopo l’attentato, il 29 settembre
2001, il Corriere della Sera pubblicò un lungo articolo destinato a
diventare uno dei testi più discussi del giornalismo italiano. Lo aveva scritto
Oriana Fallaci. Il titolo era La rabbia e l’orgoglio.
Fallaci non scelse la prudenza. Non cercò il
linguaggio rassicurante delle dichiarazioni ufficiali. Scrisse con rabbia, con
dolore, con una durezza che allora apparve a molti eccessiva e che per altri
rappresentò invece la capacità di dire ciò che molti non volevano ascoltare.
La sua tesi era radicale: il terrorismo jihadista non
doveva essere considerato soltanto un problema di sicurezza, ma anche una sfida
culturale. Una sfida all’idea stessa di libertà, alla concezione
dell’individuo, alla separazione fra religione e Stato, ai diritti conquistati
dall’Occidente nel corso della propria storia.
Fallaci invitava a «svegliarsi». Parlava di una guerra
che non si combatteva soltanto per conquistare territori, ma anche per mettere
in discussione un modo di vivere, di pensare, di pregare o di non pregare. Era
il linguaggio di una donna che scriveva ancora con davanti agli occhi le Torri
in fiamme e migliaia di persone appena morte.
Per questo quelle parole devono essere lette anche
dentro il loro tempo.
Ma sarebbe un errore archiviarle semplicemente come il
prodotto della paura e della rabbia di quei giorni.
Perché alcune delle questioni che Fallaci poneva sono
rimaste aperte.
Dopo New York sono venuti Madrid, Londra, Parigi,
Bruxelles, Nizza, Manchester e altri attentati. L’Europa ha conosciuto il
terrorismo jihadista dentro le proprie città e ha scoperto che la minaccia non
arrivava necessariamente da lontano. Ha visto giovani europei partire per
combattere nelle file dello Stato Islamico. Ha dovuto fare i conti con processi
di radicalizzazione sviluppatisi anche nelle periferie delle proprie metropoli.
E qui il problema diventa inevitabilmente più
complesso.
Non si può trasformare ogni periferia difficile in una
fucina di estremismo. Non si può confondere immigrazione e terrorismo. Non si
può attribuire a una religione nel suo complesso la responsabilità dei crimini
commessi da minoranze radicalizzate.
Ma altrettanto pericoloso sarebbe fingere che il
problema non esista.
Esistono luoghi nei quali integrazione, marginalità
economica, isolamento culturale e radicalizzazione possono incontrarsi.
Esistono ambienti nei quali la pressione comunitaria può diventare più forte
della libertà individuale. Esistono casi nei quali precetti religiosi vengono
fatti valere come regole sociali in contrasto con le leggi dello Stato.
| Oriana Fallaci |
Ed è qui che l’Europa dovrebbe recuperare una parola
che negli ultimi anni sembra quasi diventata imbarazzante: identità.
Avere un’identità non significa sentirsi superiori
agli altri. Significa sapere chi si è.
Significa conoscere la propria storia, riconoscere le
proprie radici, difendere la libertà individuale, l’uguaglianza davanti alla
legge, la libertà religiosa e, insieme, la libertà di non credere. Significa
sapere che nessuna appartenenza culturale o religiosa può trasformarsi in un
ordinamento parallelo dentro lo Stato.
L’integrazione, se vuole essere realmente tale, non
può significare la cancellazione delle differenze, ma neppure la rinuncia alle
regole comuni.
Chi arriva in Europa ha diritto a costruire la propria
vita, a lavorare, a studiare, a professare la propria fede. Ma ha anche il
dovere di riconoscere le leggi del Paese nel quale vive. È una reciprocità
semplice, quasi elementare. Eppure proprio sulle cose elementari l’Occidente
sembra avere sviluppato una singolare forma di timidezza.
Forse è questa la questione più profonda lasciata in
eredità da Oriana Fallaci.
Non tanto l’idea di uno scontro permanente fra
civiltà. Non la contrapposizione fra Occidente e Islam come se fossero blocchi
omogenei e inconciliabili. E neppure la convinzione che ogni musulmano
rappresenti una minaccia.
La sua provocazione più attuale riguarda piuttosto la
capacità dell’Occidente di non vergognarsi della propria libertà.
Di difenderla senza arroganza, ma anche senza
complessi.
Di non considerare ogni critica alla propria cultura
come una manifestazione di intolleranza. Di non confondere il rispetto dell’altro
con la rinuncia a se stessi. Di comprendere che una società aperta può rimanere
aperta soltanto se possiede la forza di difendere le regole che rendono
possibile quella stessa apertura.
Tra quattro giorni, il 15 settembre, ricorreranno
vent’anni dalla morte di Oriana Fallaci.
È una coincidenza temporale che rende questo
anniversario ancora più particolare.
Vent’anni dopo la sua scomparsa e venticinque anni
dopo l’11 settembre, possiamo certamente discutere le sue esagerazioni, le sue
generalizzazioni, alcune delle sue parole più dure. E dobbiamo farlo. Una
riflessione seria non ha bisogno di trasformare una giornalista in un'icona
intoccabile.
Ma possiamo anche riconoscere una qualità che oggi non
è affatto scontata: il coraggio di porre domande scomode quando il clima
culturale suggeriva di evitarle.
Fallaci aveva visto nell’11 settembre qualcosa di più
di un attentato terroristico. Aveva intuito che quella tragedia avrebbe
costretto l’Occidente a interrogarsi sulla propria forza, sulla propria
identità e sulla propria capacità di difendere il modello di libertà nel quale
aveva costruito la propria storia.
Vent’anni dopo la sua morte, forse è proprio questa la
parte della sua eredità che merita di essere discussa.
Non la rabbia.
Non necessariamente l’orgoglio.
Ma la consapevolezza.
La consapevolezza che una civiltà non si difende
soltanto con la polizia, con l’intelligence, con le leggi antiterrorismo o con
la sicurezza delle frontiere. Si difende anche attraverso la cultura,
l’educazione, la conoscenza della propria storia e la capacità di spiegare alle
nuove generazioni perché la libertà, l’uguaglianza e la dignità della persona
non siano valori negoziabili.
Le Torri Gemelle appartengono ormai alla storia.
Ma ciò che accadde quella mattina continua a vivere
nel nostro presente.
E forse, venticinque anni dopo, la domanda più
inquietante non è più soltanto quella che riguarda il terrorismo e la sua
capacità di colpire.
È un’altra.
Abbiamo davvero imparato a difendere ciò che siamo?
Oriana Fallaci chiedeva all’Occidente di svegliarsi.
A venticinque anni dall’11 settembre e a vent’anni
dalla sua morte, forse vale ancora la pena domandarsi se lo abbiamo fatto
davvero.

Commenti
Posta un commento