Giuseppe Catenacci, quando la politica era una forma di servizio


Giuseppe Catenacci


di Gianfranco Blasi

Ci sono memorie che appartengono a una famiglia e altre che, attraverso una famiglia, possono tornare a appartenere a una comunità.

È questo il primo pensiero che mi viene incontrando la figura di Giuseppe Catenacci, rionerese insigne, e vedendo il lavoro che i suoi familiari stanno compiendo per recuperarne, valorizzarne e consegnarne alla memoria collettiva la storia.

A loro, dunque, vorrei dedicare queste righe.

Perché custodire la memoria di un nonno, di un padre, di un familiare è certamente un atto d'amore. Ma quando quella persona ha attraversato la storia della propria comunità lasciandovi una traccia significativa, il gesto assume un valore diverso: diventa anche un atto di responsabilità civile.




Giuseppe Catenacci è uno di quegli uomini che rischiano di essere dimenticati proprio perché hanno vissuto molte vite dentro una sola.

Ingegnere, politico, uomo di scuola, scrittore, storico, poeta, scultore, giornalista. Ma dietro questa lunga sequenza di definizioni c'è soprattutto un uomo che seppe interpretare il proprio tempo con curiosità, coraggio e, spesso, con una posizione controcorrente.

La sua biografia sembra quasi attraversare il Novecento lucano seguendone le ferite, le speranze e le contraddizioni.

La Grande Guerra, innanzitutto.

E quelle lettere alla madre che rappresentano non soltanto una testimonianza personale, ma una finestra aperta sulla sensibilità di un giovane uomo chiamato a vivere una delle tragedie più grandi della storia europea. Dentro le lettere di un soldato ci sono spesso la paura e il coraggio, la nostalgia e la speranza, la lontananza dalla casa e il bisogno di ritrovare, attraverso la parola, un legame con la propria terra e con i propri affetti.

Poi arrivò il Fascismo.

E con esso una stagione nella quale la storia italiana impose scelte, appartenenze, compromessi, entusiasmi e dissensi. Una stagione che sarebbe sfociata nella tragedia della Seconda guerra mondiale.

È dentro questo passaggio che la figura di Catenacci acquista una particolare forza.

Non perché la sua vita possa essere trasformata in una narrazione semplicistica di buoni e cattivi, ma proprio perché attraversò le contraddizioni del suo tempo mantenendo, secondo la testimonianza che ci viene consegnata, una propria dirittura morale.

È questa, forse, la parola più importante per descriverlo: dirittura.

Una parola oggi quasi desueta, eppure straordinariamente moderna.

Dirittura significa non necessariamente avere sempre ragione, ma conservare una linea interiore. Significa non lasciare che le convenienze del momento cancellino i principi. Significa avere il coraggio di attraversare le stagioni politiche senza smarrire se stessi.

E poi arrivò la Repubblica.




Il passaggio dal vecchio al nuovo ordine non fu semplice. L'Italia usciva dalla guerra ferita, povera, divisa. Il Mezzogiorno portava sulle proprie spalle un peso ancora più antico: quello di una modernizzazione incompleta, delle disuguaglianze, della marginalità economica e culturale, dell'emigrazione, della difficoltà di trasformare le grandi promesse della nuova democrazia in condizioni concrete di vita.

È proprio qui che la vicenda di Catenacci acquista un significato che va oltre la sua biografia personale.

Perché la sua storia incrocia una delle questioni mai completamente risolte della nostra Repubblica: la questione meridionale.

E forse non è casuale che un uomo così profondamente legato alla propria terra abbia cercato di occuparsi, attraverso professioni e impegno pubblico, proprio delle persone e dei problemi della comunità.

La politica, per Catenacci, sembra essere stata soprattutto questo: stare dentro la realtà.

Non soltanto rappresentarla, ma cercare di cambiarla.

E soprattutto non dimenticare chi aveva meno voce.

La sua azione a favore dei più deboli e del territorio lucano restituisce un'immagine della politica molto lontana da quella che siamo abituati a vedere oggi.

Una politica che non aveva bisogno di essere continuamente raccontata per esistere.

Una politica nella quale il rapporto con le persone precedeva spesso il rapporto con i mezzi di comunicazione.

Una politica nella quale l'uomo pubblico poteva essere anche un uomo di cultura, un insegnante, uno scrittore, un artista, un osservatore della società.

E qui emerge un'altra caratteristica che rende Catenacci particolarmente interessante: la sua multiformità.




Ingegnere e poeta.

Politico e storico.

Giornalista e scultore.

Uomo di scuola e osservatore della società.

Non sono semplicemente professioni o attività diverse. Sono modi differenti di guardare il mondo.

L'ingegnere cerca di comprendere la struttura delle cose.

Lo storico cerca di comprenderne il tempo.

Il giornalista cerca di raccontare il presente.

Il poeta cerca ciò che le parole comuni non riescono a dire.

Lo scultore cerca una forma dentro la materia.

E il politico, quando interpreta nel modo più alto la propria funzione, dovrebbe cercare di dare forma al bene comune.

Forse è proprio questa pluralità a spiegare il fascino della sua figura.

Catenacci non sembra essere stato un uomo rinchiuso dentro un ruolo.

Era, prima di tutto, una persona curiosa della vita.

E la curiosità, quando è accompagnata dalla cultura, diventa una forma di libertà.

Per questo la sua vicenda meriterebbe di essere conosciuta soprattutto dalle nuove generazioni.

Non per proporre loro un modello da imitare in modo acritico. E nemmeno per costruire l'ennesimo monumento celebrativo a un personaggio del passato.

Ma per mostrare che si può vivere la politica senza rinunciare alla cultura.

Che si può essere uomini pubblici senza smettere di essere uomini.

Che si può attraversare una stagione ideologica senza diventare prigionieri dell'ideologia.

Che si può difendere una convinzione senza trasformare chi la pensa diversamente in un nemico.

E che la cosa pubblica può ancora essere considerata ciò che dovrebbe essere: un bene affidato temporaneamente alle nostre mani e destinato a chi verrà dopo di noi.

È una concezione che oggi sembra quasi rivoluzionaria.

Viviamo infatti in un tempo nel quale la politica è spesso diventata comunicazione, esposizione, conflitto permanente. L'uomo pubblico viene misurato sulla capacità di occupare uno spazio, di produrre una dichiarazione, di conquistare un titolo, di resistere qualche ora nel vortice dei social.

Catenacci apparteneva a un'altra idea della presenza pubblica.

Una presenza fatta anche di eleganza, di relazioni, di cultura, di capacità di ascoltare. Un uomo naturalmente elegante nella postura, vivace nelle relazioni sociali, capace di stare tra le persone senza perdere la propria identità.

Ma soprattutto un uomo che sembra aver coltivato una virtù oggi particolarmente preziosa: l'amorevolezza.

La parola può sembrare persino fragile accostata alla politica.

E invece non lo è.

Amare la propria comunità significa anche preoccuparsi di chi resta indietro. Significa non considerare le persone numeri elettorali. Significa comprendere che amministrare un territorio non significa semplicemente gestire risorse, ma assumersi la responsabilità delle vite che quelle decisioni possono migliorare o peggiorare.


Il Monte Vulture


In questo senso, Catenacci può ancora parlarci.

E può parlarci soprattutto dalla sua terra.

Da quella Basilicata che continua a interrogarsi sul proprio destino, sullo spopolamento, sulle opportunità mancate, sulla fuga dei giovani, sulle infrastrutture, sul lavoro, sulla necessità di non essere più soltanto periferia di qualcun altro.

La questione meridionale non è finita perché ne abbiamo parlato meno.

Ha semplicemente cambiato volto.

E forse rileggere uomini come Catenacci significa anche tornare a capire che il Mezzogiorno non ha bisogno soltanto di essere raccontato attraverso le sue difficoltà. Ha bisogno di essere raccontato attraverso gli uomini e le donne che, in tempi spesso più difficili dei nostri, hanno provato a costruire.

È questa la ragione più profonda per cui la memoria di Giuseppe Catenacci merita di uscire dai confini di una storia familiare.

I suoi parenti, la sua famiglia, stanno facendo qualcosa di prezioso: stanno aprendo una porta.

Dietro quella porta non c'è soltanto la vita di un nonno.

C'è un pezzo di Rionero.

C'è un pezzo di Basilicata.

C'è un pezzo della storia politica e culturale del nostro Mezzogiorno.

E c'è soprattutto una domanda che riguarda noi.

Che cosa rimane di una persona quando il suo tempo è finito?

Rimangono le opere, gli scritti, le fotografie, le lettere, i ricordi.

Ma, più di tutto, rimane il modo in cui ha saputo stare nel mondo.

Giuseppe Catenacci sembra aver scelto di starci con coraggio, cultura, rigore e umanità.

E forse è proprio questo il modo migliore per ricordarlo.

Non come un uomo del passato.

Ma come un uomo del passato che ha ancora qualcosa da dire al nostro presente.

Una figura da conoscere.

Da rivalutare.

E, soprattutto, da non dimenticare.



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