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Nel nuovo intervento per Pensieri Meridiani, Gerardo Lisco parte dalla frattura sulla guerra in Ucraina per interrogarsi sulla più profonda crisi di identità del cosiddetto “campo largo”.
Kiev, sostiene Lisco, è soltanto la manifestazione più evidente di divisioni
che riguardano la cultura politica, l’Europa, la NATO, l’economia, il lavoro e
il rapporto con la sovranità.
Alle radici c’è una questione mai davvero risolta: la difficoltà del
centrosinistra italiano di costruire una sintesi politica capace di andare
oltre il celebre “ma anche” veltroniano.
Per Lisco, allargare continuamente il perimetro della coalizione senza chiarire
che cosa la tenga insieme rischia di trasformarla in un semplice cartello
elettorale.
La vera sfida, allora, non è soltanto conquistare voti alla destra, ma
ricostruire una cultura politica e restituire una ragione a quei milioni di
italiani che hanno scelto l’astensione.
Un’analisi critica e, insieme, una domanda aperta sul futuro del centrosinistra
e sulla necessità di tornare a fare politica prima ancora che coalizioni.
Gianfranco Blasi
Kiev
divide il “campo largo”. Ma il problema viene da lontano
di Gerardo Lisco
Da qui a qualche mese si voterà. Nel frattempo il centrodestra, e in particolare il duo Meloni-Giorgetti, si prepara a mettere in campo una legge di bilancio inevitabilmente condizionata dalla prossima scadenza elettorale. Nel cosiddetto “campo largo”, invece, torna a emergere una divisione che riguarda Kiev e, più in generale, il conflitto russo-ucraino. Fosse soltanto questo il problema, probabilmente una mediazione, alla fine, si troverebbe. La questione è che Kiev rappresenta soltanto la manifestazione più evidente di divisioni molto più profonde. Sotto la cenere covano differenze di cultura politica, di collocazione internazionale, di concezione dell’Europa, di politica economica e sociale. A tenerle insieme rimangono troppo spesso l’opposizione a Giorgia Meloni e un antifascismo ridotto a elemento identitario di coalizione. Troppo poco per costruire un’alternativa di governo. Il problema viene da lontano e, per comprenderlo, bisogna tornare alla nascita del Partito Democratico. Ho vissuto direttamente quella stagione e lavorato alla costruzione del PD. Ricordo bene il dibattito sulla cultura politica che avrebbe dovuto accompagnare la nascita del nuovo partito: non mancavano idee, riflessioni e luoghi nei quali quelle idee venivano discusse. Michele Salvati aveva posto con largo anticipo il problema della costruzione di un nuovo partito riformista. Attorno a Reset, fondata e diretta da Giancarlo Bosetti, si sviluppò una discussione importante sulla cultura politica del nascente soggetto. Si organizzavano incontri e seminari di formazione; si discuteva di liberalismo, socialismo, democrazia, laicità, della tradizione del Partito d’Azione e delle “parole chiave” attraverso le quali provare a costruire l’identità del nuovo partito. Insomma, i materiali culturali non mancavano. Prevalse invece una formula politica che trovò nel celebre “ma anche” veltroniano la sua rappresentazione quasi perfetta. Il “ma anche” consentiva di mettere insieme sensibilità, culture e interessi molto diversi senza essere costretti a produrne una vera sintesi. Nel nuovo partito potevano convivere rappresentanti del mondo imprenditoriale come Massimo Calearo e sensibilità provenienti dalla tradizione della sinistra; ex democristiani ed ex comunisti; liberalizzatori e difensori dello Stato sociale. La pluralità non era, naturalmente, il problema. Un grande partito deve contenere culture diverse. Il problema era stabilire quale nuova cultura politica dovesse nascere dal loro incontro. Quella sintesi non arrivò mai veramente. Anche la fascinazione veltroniana per il Partito Democratico americano e per John Fitzgerald Kennedy apparteneva a quella stagione. Kennedy esercitava un’indubbia attrazione simbolica: la nuova frontiera, il cambiamento generazionale, l’ottimismo, una politica capace di parlare al futuro. Ma anche quella figura avrebbe meritato una lettura meno agiografica. Fu durante la presidenza Kennedy che l’impegno americano in Vietnam aumentò considerevolmente. L’intervento militare su vasta scala, con centinaia di migliaia di soldati statunitensi, sarebbe arrivato successivamente, soprattutto con Lyndon Johnson. Attribuire a Kennedy quell’intera escalation sarebbe storicamente sbagliato. Resta però il fatto che proprio durante la sua amministrazione vennero compiuti passaggi importanti nell’accrescimento del coinvolgimento statunitense. Ma il problema, naturalmente, non è Kennedy. Il problema è perché un nuovo grande partito italiano, che nasceva dall’incontro di alcune delle più importanti culture politiche del Novecento europeo, sentisse così fortemente il bisogno di cercare oltreoceano un modello nel quale riconoscersi. Avevamo avuto il cattolicesimo democratico e sociale, il socialismo, il comunismo italiano, l’azionismo, il liberalismo democratico. Avevamo avuto personalità e culture politiche che avevano contribuito alla costruzione della Repubblica e della Costituzione. Non mancavano certo le radici dalle quali partire. Le ambiguità originarie vennero progressivamente alla luce e l’elezione di Matteo Renzi alla segreteria del PD rappresentò, a mio giudizio, un passaggio decisivo. Fu allora che decisi di lasciare il partito. Con Renzi giunse a maturazione un processo già iniziato: il PD diventava sempre più una formazione nella quale le vecchie appartenenze sopravvivevano soprattutto nella memoria dei militanti più anziani, mentre una parte consistente delle nuove generazioni politiche cresceva dentro una cultura liberale e globalista fondata sulla centralità del mercato, sulla globalizzazione, sui diritti civili, sul multiculturalismo e su una visione sostanzialmente positiva dell’abbattimento delle frontiere. Non è la legittimità di queste posizioni a essere in discussione. Il problema è che, nel frattempo, il mondo stava cambiando. Crisi finanziaria, deindustrializzazione, precarizzazione del lavoro, impoverimento dei ceti medi e popolari, crescita delle disuguaglianze, immigrazione, crisi della globalizzazione, indebolimento della sovranità degli Stati, ritorno della guerra: nell’arco di pochi decenni sono mutate radicalmente le condizioni dentro le quali si era formato il centrosinistra europeo. Una parte della sinistra non è riuscita a interpretare questa trasformazione. Ha continuato a parlare il linguaggio della globalizzazione proprio mentre una parte crescente della società cominciava a pagarne i costi. C’è poi un altro elemento che non può essere eluso. Il centrosinistra guidato da Romano Prodi vinse le elezioni politiche del 2006 per il rotto della cuffia. Negli anni successivi il PD è tornato più volte al governo attraverso maggioranze parlamentari nate nel corso delle legislature e talvolta profondamente diverse dalle coalizioni presentatesi agli elettori.
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| I protagonisti del così detto "campo largo" |
Liquidare tutto questo con l’espressione “manovre di palazzo” sarebbe
semplicistico. È avvenuta una trasformazione più profonda del rapporto tra
politica nazionale, istituzioni di garanzia e vincoli sovranazionali. In
presenza di partiti sempre più deboli, maggioranze instabili e crisi politiche
ricorrenti, la Presidenza della Repubblica ha progressivamente assunto un ruolo
particolarmente rilevante nella ricerca di soluzioni capaci di garantire non
soltanto la continuità istituzionale interna, ma anche quella della
collocazione europea e internazionale dell’Italia. Esiste una saggistica
politologica e costituzionalistica che da tempo discute l’espansione del ruolo
presidenziale e le trasformazioni della nostra forma di governo. La questione,
quindi, non è sostenere che il Presidente della Repubblica abbia agito fuori
dalla Costituzione. È un’altra: interrogarsi su come la funzione presidenziale
si sia concretamente evoluta mentre diminuiva la capacità dei partiti di
produrre maggioranze politicamente solide e aumentava contemporaneamente il
peso dei vincoli derivanti dall’Unione europea, dai mercati finanziari,
dall’Alleanza Atlantica e, più complessivamente, dall’ordine sovranazionale nel
quale l’Italia è inserita. In questo contesto il Quirinale ha finito per
esercitare, nei momenti di maggiore crisi, una funzione di garanzia della
continuità complessiva del sistema. Il PD si è trovato perfettamente a proprio
agio dentro questo processo. Ed è questo il punto politicamente interessante.
Un partito dotato di una propria cultura politica interpreta i vincoli, li
discute, stabilisce quali accettare e quali provare a modificare. Costruisce,
se necessario, anche il conflitto democratico attorno ad essi. Quando invece la
cultura politica si indebolisce, il rischio è che la compatibilità con il
sistema esistente smetta di essere una condizione dell’azione di governo e
diventi essa stessa un’identità politica. È quanto, a mio giudizio, è accaduto
al PD. Negli anni successivi ho aderito a Sinistra Italiana e ho anche lavorato
per favorire il dialogo e l’incontro tra PD, Movimento 5 Stelle e quella che
oggi è Alleanza Verdi e Sinistra. Per questo considero la costruzione di
un’area politica alternativa alla destra un problema reale, non una formula da
liquidare con una battuta. Ma proprio l’esperienza di quel tentativo porta oggi
a porsi una domanda: che cosa tiene insieme il campo largo? Goffredo Bettini è
stato tra coloro che più hanno lavorato all’idea di un campo politico capace di
costruire un rapporto strategico tra PD e Movimento 5 Stelle. L’intuizione
aveva una sua logica. Ma un campo non diventa fertile perché se ne allargano continuamente
i confini. Bisogna prima decidere che cosa seminarvi. Ed è precisamente questo
che continua a mancare. La guerra russo-ucraina rende visibile questa
contraddizione. Nel Movimento 5 Stelle esiste una posizione sulla guerra,
sull’invio delle armi e sull’atlantismo sensibilmente diversa da quella
prevalente nel PD. AVS presenta a sua volta sensibilità non sempre coincidenti
con quelle degli altri due soggetti. Oggi la frattura è Kiev. Domani può essere
l’Unione europea. Dopodomani la NATO, l’immigrazione, la politica industriale,
il rapporto tra pubblico e privato, la transizione ecologica, il welfare, il
lavoro o la politica fiscale. Non si può rispondere ogni volta con un nuovo “ma
anche”. E soprattutto non si può pensare che sia sufficiente aggiungere altri
soggetti. Non saranno Silvia Salis, Ernesto Maria Ruffini, Matteo Renzi o Carlo
Calenda, presi singolarmente o sommati gli uni agli altri, a trasformare
automaticamente un campo elettoralmente arido in un progetto politico
credibile. Rimane poi l’antifascismo. Nicola Fratoianni ed Elisabetta
Piccolotti hanno posto con grande forza questo tema. È una posizione
perfettamente comprensibile all’interno della loro cultura politica. Ma proprio
qui nasce un problema. L’antifascismo è uno dei fondamenti storici della
Repubblica e della Costituzione. Proprio per questo è troppo importante per
essere ridotto a collante elettorale. Se diventa la risposta attraverso la
quale si tenta continuamente di ricomporre differenze che riguardano economia,
politica estera, Europa, guerra, lavoro e sovranità, rischia di trasformarsi in
un antifascismo rituale, di maniera. E soprattutto rischia di non parlare più a
milioni di cittadini che non si riconoscono nella destra ma che non si sentono
rappresentati neppure dall’attuale centrosinistra. Il paradosso è dunque
questo: il campo, per diventare veramente largo, dovrebbe prima restringersi.
Non servono venti punti programmatici costruiti per non scontentare nessuno. Ne
servono quattro o cinque. Quale politica estera deve avere l’Italia? Quale
rapporto vogliamo costruire con l’Unione europea e con la NATO? Quale modello
economico e industriale vogliamo perseguire? Quale politica del lavoro, dei
salari, del welfare e della redistribuzione? Quale rapporto tra immigrazione, cittadinanza,
integrazione e coesione sociale? Su questioni come queste bisogna avere il
coraggio di dire dei sì e dei no. Una coalizione politica nasce anche
attraverso delle esclusioni. Se tutti possono starci indipendentemente dalle
risposte date alle questioni fondamentali, allora non siamo davanti a una
coalizione politica: siamo davanti a un cartello elettorale. C’è infine un dato
che dovrebbe preoccupare molto più delle trattative tra segretari di partito:
milioni di italiani non votano più.È questo il vero campo largo della politica
italiana. Un enorme spazio sociale composto da persone molto diverse tra loro:
lavoratori, precari, giovani, pensionati, piccoli imprenditori, professionisti,
disoccupati. Persone che spesso non condividono quasi nulla, tranne una
convinzione: che la politica esistente non sia più in grado di rappresentarle.
Non credo che quell’elettorato possa essere recuperato attraverso l’ennesima
operazione di ingegneria elettorale. Non basta mettere insieme un altro pezzo
di centro con un altro pezzo di sinistra. Occorre ricostruire una cultura
politica. E forse proprio da qui può nascere qualcosa di nuovo. Non penso
necessariamente all’ennesimo partito costituito qualche mese prima delle
elezioni per superare una soglia di sbarramento. Penso alla nascita di
movimenti politici capaci di partire dalla società, ricostruire partecipazione,
formare una nuova classe dirigente e soprattutto elaborare un progetto
destinato a durare oltre una singola scadenza elettorale. Esperienze appena
nate come Agorà, promossa da Angelo d’Orsi, possono essere osservate con
interesse proprio da questo punto di vista: non perché rappresentino già la
risposta, e neppure perché si debba necessariamente condividere ogni punto
della loro piattaforma, ma perché pongono una questione che la politica
ufficiale continua sostanzialmente a eludere. Come riportare dentro la politica
chi dalla politica è uscito? La risposta non può essere semplicemente:
convincerlo a votare per noi. Prima bisogna dargli una ragione per tornare a
credere che il voto possa servire a cambiare qualcosa. Se esperienze come
Agorà, o altre che potranno nascere, sapranno trasformarsi in luoghi di
elaborazione politica, formazione e partecipazione; se sapranno evitare tanto
il minoritarismo identitario quanto la tentazione dell’ennesimo cartello
elettorale; se riusciranno a parlare a una parte di quella società che oggi
sceglie consapevolmente l’astensione, allora potranno contribuire a qualcosa di
più importante della conquista di qualche seggio. Potranno concorrere alla
ricostruzione di un progetto politico di ampio respiro. È questo, prima ancora
della prossima scadenza elettorale, ciò di cui ci sarebbe bisogno.


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