Caro Armando
Tita,
ti ringrazio per le parole che hai
voluto scrivere e che riporto di seguito, ma soprattutto per il modo in cui hai
scelto di raccontare Il
cuore mancato.
La tua non è soltanto una recensione. E’ una piccola e preziosa cronaca intima
della nascita di un libro, osservata da vicino, dentro quelle stanze della casa
editrice dove, giorno dopo giorno, un’idea diventa pagina, poi progetto e
infine libro.
Hai visto crescere questo lavoro, ne hai seguito le fatiche, le discussioni, le
correzioni, le incertezze e le scelte definitive.
Hai visto, in qualche modo, anche ciò che il lettore non può vedere: la parte
umana che sta dietro ogni prodotto editoriale.
Per questo la tua testimonianza mi emoziona particolarmente.
Hai saputo raccontare non soltanto ciò che Il cuore mancato contiene, ma anche il tempo, la passione e le
persone che lo hanno accompagnato fino alla sua conclusione.
E forse è proprio questa la forma più bella di amicizia intellettuale: esserci,
osservare, comprendere e poi restituire agli altri ciò che si è visto con
discrezione e sensibilità.
Grazie, dunque, caro Armando, per aver accompagnato questo libro anche con il
tuo sguardo e per averne raccontato la storia prima ancora di raccontarne il
contenuto.
È un ricordo che conserverò con particolare affetto.
IL CUORE MANCATO: QUANDO LA STORIA DI UN BAMBINO DIVENTA UNA DOMANDA PER
TUTTI
di Mauro Armando Tita
Da oggi, lunedì 28 settembre, è in distribuzione lo
splendido libro “Il cuore mancato” di Gianfranco Blasi, pubblicato dalle
Edizioni Il Segno di Potenza.
È un libro che ho avuto modo di conoscere da vicino,
quasi giorno dopo giorno. Grazie alla stima dell’editore e al fatto di lavorare
proprio con Francesco De Rosa, un grafico di qualità maniacale e artigianale
come pochi, su alcuni miei progetti. E' proprio da quelle stanze che ho potuto
partecipare alla genesi e, spesso, condividere non soltanto il processo di
nascita e formazione, ma anche lo sviluppo dell’intera opera di Gianfranco.
Sei mesi di lavoro complesso, intenso, quasi
quotidiano. Una vera e propria cronaca nella cronaca: l’autore, sua moglie, le
collaborazioni scientifiche, le correttrici di bozze, i contributi esterni di
qualità assoluta, le telefonate, le verifiche, le correzioni, le scelte
provvisorie e quelle definitive. E, soprattutto, la necessità di trovare ogni
volta la parola giusta per raccontare una vicenda nella quale ogni termine
porta con sé un peso umano enorme.
“Il cuore mancato” narra, ormai è
noto, la storia del piccolo Domenico Caliendo, una storia che ha
commosso l’Italia intera. Ma sarebbe riduttivo considerarlo soltanto il
racconto di una tragedia. Dentro quelle pagine c’è molto di più. C’è un
intricato percorso fra verità e responsabilità, fra medicina e coscienza, fra
passione e dolore, fra la fiducia che affidiamo alla scienza e le domande che
sorgono quando quella fiducia viene messa a dura prova.
Ed è proprio qui che, a mio avviso, sta una delle
ragioni più profonde di questo libro.
Gianfranco Blasi ha scelto di raccontare questa storia
con garbo, con l’eleganza che gli è propria e con quella finezza gentile
che potremmo definire, in senso manzoniano, una ricerca della verità senza mai
smarrire l’umanità. Non cerca il clamore. Non indulge nella drammatizzazione.
Non trasforma il dolore in spettacolo.
Ricostruisce i fatti, pone domande, mette in fila gli
elementi, ascolta le voci e cerca di comprendere. E lo fa mantenendo intatto il
rispetto per i familiari di Domenico, per il loro dolore e per il loro bisogno
di verità.
Ma c’è un altro equilibrio che il libro riesce a
custodire e che considero particolarmente importante: la domanda di verità
non diventa mai una negazione del valore della medicina, della ricerca, dei
medici e della cultura della donazione.
Al contrario.
Proprio perché la medicina è una delle più alte
espressioni della responsabilità umana, essa merita fiducia, ma anche domande. Soprattutto
perché la donazione degli organi che rappresenta un gesto straordinario di
solidarietà, deve essere circondata
dalla massima attenzione, dalla trasparenza e dal rispetto.
È questo il terreno sul quale si muove il libro: un
terreno delicatissimo, dove l’esistenza non si rannicchia semplicemente su parametri
clinici, ma diventano esperienza umana, relazione, responsabilità, come ha
scritto con spunti filosofici altissimi l’amico Gerardo Lisco recensendo il
lavoro di Gianfranco.
Il volume è arricchito dal contributo e dal confronto
con autorevoli figure della medicina e della cultura scientifica e affronta
fino in fondo, con linguaggio accessibile ma rigoroso, quella linea
sottilissima che separa la vita dalla morte e che la vicenda di Domenico ha
reso drammaticamente concreta.
A completare il racconto ci sono contributi di grande
valore.
L’introduzione di Davide Rondoni, poeta e
scrittore, è un testo nel quale conoscenza e sensibilità si incontrano con una
profondità che gli è propria. Non è una semplice introduzione: è una chiave di
lettura, quasi una soglia attraverso la quale entrare nella vicenda di Domenico
comprendendone anche la dimensione più universale.
E poi c’è la voce di Anna Maria Molinari, nella
postfazione. Mi sono emozionato nel leggerla e credo che accadrà anche ad altri
lettori. La sua presenza nel libro era necessaria: non soltanto una voce
femminile, ma la voce di un’insegnante di riconosciuto valore e di grande
umanità e, soprattutto, quella di una madre.
Perché questo libro attraversa continuamente i
tormenti, le speranze, il dolore e la denuncia di una madre.
E poi c’è la quarta di copertina, affidata alle parole
di Mons. Domenico Battaglia, parole che restituiscono in modo
straordinario il significato più profondo dell’intera vicenda: “La medicina misura parametri, riflessi,
reazioni. Ma esiste un luogo che nessun monitor può registrare: quello in cui
la persona resta relazione, legame, storia.
Lì Domenico non era solo un bambino in coma. Era un figlio. Il figlio di
Patrizia e Antonio. Era nostro figlio”.
Eccola, forse, l’essenza de “Il cuore mancato”.
La medicina osserva il corpo, misura, analizza,
interviene. Ma l’uomo non è soltanto ciò che un monitor può registrare. È una
storia, un legame, una relazione. È figlio, madre, padre, fratello. È una
persona prima ancora di essere un caso clinico.
Ed è proprio questa dimensione umana che Gianfranco
Blasi ha saputo restituire alla vicenda di Domenico.
Per questo “Il cuore mancato” non è soltanto un
libro su una storia finita male. È un libro sulla necessità di cercare la
verità quando il dolore pone domande che non possono essere ignorate. È un
libro sulla responsabilità. È un libro sulla medicina e sui suoi limiti, ma
anche sulla sua grandezza. È un libro sul valore immenso della donazione e,
nello stesso tempo, sulla necessità che ogni gesto di fiducia venga
accompagnato dalla massima responsabilità.
Soprattutto, è un libro che ci ricorda una cosa semplice
e concreta: dietro ogni numero, ogni cartella clinica, ogni parametro, ogni
procedura, c’è una persona.
Ed è per questo che la sua storia, raccontata con
rispetto e con rigore da Gianfranco Blasi, ci appartiene.
Appartiene a tutti noi.

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