Non ho insegnato solo a leggere e scrivere. Ho creduto e credo nell’educazione sentimentale e affettiva
Riflessioni di
una maestra dopo quarant’anni di scuola
di Anna Maria Molinari
Leggendo l’intervento di Davide Rondoni pubblicato su Avvenire, dal titolo “L’educazione affettiva non è un corso. È il compito della scuola”, ho sentito il bisogno di aggiungere la mia voce, non da esperta di teorie educative, ma da insegnante che per quarant’anni ha vissuto ogni giorno dentro una classe.
Quelle parole hanno incontrato
una convinzione che mi accompagna da sempre: educare un bambino non significa
soltanto trasmettergli conoscenze, ma aiutarlo a diventare una persona capace
di conoscere se stessa, di comprendere gli altri, di stare nelle relazioni e di
affrontare il mondo con consapevolezza.
Per questo ho provato a
ripercorrere, attraverso alcuni ricordi e alcune riflessioni, ciò che questi
quarant’anni di scuola mi hanno insegnato. Perché dietro ogni bambino che entra
in una classe c’è una persona che sta imparando, prima ancora delle parole e
dei numeri, a vivere.
Dopo più di quarant’anni trascorsi nella scuola
primaria, posso dire di aver imparato una cosa che nessun programma
ministeriale, nessun libro di testo e nessuna riforma scolastica può davvero
spiegare fino in fondo: educare un bambino significa prima di tutto
incontrare una persona.
Quando ho iniziato a insegnare, la scuola aveva
certamente regole più definite, programmi più rigidi, confini forse più netti
tra ciò che spettava alla famiglia e ciò che spettava agli insegnanti. Ma i
bambini erano, allora come oggi, bambini. Avevano bisogno di imparare a
leggere, a scrivere, a fare i conti. Ed avevano anche bisogno di essere
ascoltati, riconosciuti, accompagnati.
E soprattutto avevano bisogno di imparare una cosa che
spesso dimentichiamo: come si sta con gli altri e come si sta con se stessi.
Per questo, quando oggi si parla di educazione
affettiva nella scuola, non penso a una nuova materia da aggiungere alle tante
che già affollano l’orario scolastico. Penso, piuttosto, a qualcosa che nella
scuola dovrebbe esserci da sempre.
Credo
nell’educazione affettiva, e non in un’educazione sessuale intesa come
trasmissione precoce di contenuti, perché nella scuola primaria il compito
fondamentale è aiutare il bambino a conoscere se stesso, a riconoscere le
proprie emozioni, a rispettare il proprio corpo e quello degli altri e a
costruire relazioni fondate sul rispetto e sulla responsabilità.
L’educazione affettiva non è un corso.
È il modo stesso con cui una scuola educa.
È nel modo in cui una maestra accoglie un bambino che
arriva in classe con gli occhi tristi. È nella capacità di capire che dietro un
comportamento aggressivo può esserci una sofferenza. È nell'insegnare che si
può essere arrabbiati senza ferire, che si può perdere senza umiliare chi ha
vinto, che si può essere diversi senza sentirsi sbagliati.
È anche insegnare a dare un nome alle emozioni.
Perché un bambino che non sa dire sono triste, sono
arrabbiato, ho paura, mi sento escluso, spesso può soltanto
trasformare quell'emozione in un comportamento.
E allora la scuola può diventare il luogo nel quale le
emozioni non vengono semplicemente controllate, ma riconosciute, comprese,
raccontate.
In questi quarant’anni ho visto cambiare profondamente
il mondo dei bambini. Sono cambiati i linguaggi, le famiglie, le tecnologie, il
rapporto con gli adulti. Sono entrati nella loro vita strumenti potentissimi,
capaci di offrire conoscenza ma anche di esporli precocemente a immagini,
parole e modelli. I bambini non sempre possiedono le capacità di seriazione
necessaria.
E proprio per questo sono convinta che la scuola debba
recuperare una funzione essenziale: insegnare a pensare.
È una delle ragioni per cui ho creduto nella Filosofia
per bambini.
Fare filosofia con i bambini non significa
trasformarli in piccoli filosofi. In qualche modo lo sono già. Significa dare
loro il diritto di porsi e fare domande. Di fermarsi. Di ascoltare un compagno.
Di dire non sono d'accordo senza trasformare il dissenso in un'offesa.
Significa scoprire che una domanda può avere più
risposte e che una risposta può essere discussa in un dialogo aperto.
Nella pratica della classe, questo diventa qualcosa di
straordinariamente concreto.
Un racconto, una fiaba, un'immagine, una situazione
vissuta possono diventare l'inizio di una conversazione. I bambini parlano. Si
ascoltano. Qualcuno cambia idea. Qualcuno scopre che il compagno aveva colta
una sfumatura diversa dalla propria.
E in quel momento, quasi senza accorgersene, stanno
imparando a vivere insieme.
Ho sempre pensato che la scuola primaria non debba
soltanto trasmettere conoscenze, ma costruire lentamente le condizioni perché
un bambino possa diventare un adulto libero, responsabile e capace di
relazione.
Per questo considero la musica, la poesia, l'arte, la
letteratura, il cinema non come semplici "attività" da svolgere
quando rimane tempo. Sono strumenti potentissimi di educazione.
Un bambino che ascolta una musica e prova un'emozione
sta imparando qualcosa di sé.
Un bambino che legge una poesia e scopre che quelle
parole raccontano anche ciò che lui non riusciva a dire sta imparando che non
è solo.
Un bambino che osserva un'opera d'arte e prova a
raccontare ciò che vede sta imparando che la realtà può essere guardata da
punti di vista differenti.
E un bambino che ascolta davvero un altro bambino sta
già facendo un'esperienza di democrazia. Sì, di democrazia.
Forse è proprio questo che rischiamo di perdere quando
immaginiamo la scuola soltanto come il luogo delle competenze, delle
prestazioni e dei risultati.
Naturalmente le competenze sono importanti. Un bambino
deve imparare a leggere, scrivere, comprendere un testo, conoscere la
matematica, la storia, la scienza. Ma non possiamo pensare di educare una
persona dimenticando la persona.
In quarant'anni di scuola ho incontrato bambini molto
diversi tra loro. Alcuni sicuri, altri timidi. Alcuni capaci di emergere, altri
bisognosi di essere cercati. Ho imparato che talvolta il bambino che
apparentemente "non fa nulla" sta combattendo una battaglia che noi
adulti non vediamo.
E ho imparato che una parola detta al momento giusto
può avere più valore di una lezione perfettamente preparata.
La scuola, allora, deve essere anche questo: un
luogo nel quale un bambino possa sentirsi visto.
Non sostituendosi alla famiglia. Non pretendendo di
risolvere ogni problema sociale. Non trasformando gli insegnanti in psicologi o
terapeuti. Ma assumendosi fino in fondo la propria responsabilità educativa.
Perché educare non significa soltanto spiegare.
Significa esserci.
E forse oggi, più che aggiungere nuove materie,
abbiamo bisogno di restituire alla scuola il tempo per parlare, ascoltare,
leggere, raccontare, discutere.
Il tempo per una domanda senza risposta immediata.
Il tempo per una storia.
Il tempo per una poesia.
Il tempo per guardare negli occhi un bambino.
Dopo quarant'anni, se qualcuno mi chiedesse che cosa
ho cercato davvero di insegnare ai miei alunni, non risponderei soltanto
leggere e scrivere.
Direi che ho cercato di insegnare loro a
conoscersi, a rispettarsi, a pensare, a comprendere gli altri e, quando
possibile, a prendersene cura.
Perché alla fine una scuola che insegna soltanto ciò
che serve per superare una prova può formare studenti preparati.
Una scuola che insegna anche ad ascoltare, a pensare e
a sentire può contribuire a formare persone.
Ed è per questo che, ancora oggi, credo
nell'educazione affettiva e nella Filosofia per bambini.
Non come aggiunta alla scuola.
Ma come parte della sua ragione più profonda di
esistere.

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