Un grazie ad Aldo Noviello
Desidero ringraziare il professor Aldo Noviello, sociologo e
insegnante emerito di Psicologia, per questa recensione che ha saputo andare
oltre le pagine de Il cuore mancato.
La sua lettura coglie, infatti, ciò che ho cercato di raccontare: non soltanto
la storia di Domenico e della sua famiglia, ma le domande profonde che quella
vicenda pone sul rapporto tra la scienza, la vita, la morte, il limite e la
responsabilità.
Aldo ha avuto il merito di non fermarsi al caso, ma di entrare nella
complessità di un mondo nel quale ogni risposta apre inevitabilmente nuove
domande.
È un modo di leggere che conosco bene, perché abbiamo già condiviso un percorso
di riflessione e di scrittura con “Dialoghi con Cicerone – Oltre i confini
della storia”, un lavoro nato proprio dal confronto tra pensiero, storia e
attualità.
Ritrovo anche in questa recensione quello stesso metodo: interrogarsi, non
accontentarsi delle risposte più immediate, cercare il significato che si
nasconde dietro i fatti.
Per questo le sue parole hanno per me un valore particolare.
Non sono soltanto quelle di un autorevole studioso che ha letto il mio libro,
ma quelle di un amico e di un compagno di viaggio con il quale ho avuto il
privilegio di condividere idee, dubbi e passioni.
Grazie, Aldo, per aver letto Il cuore
mancato con la mente dello studioso e, soprattutto, con la sensibilità
dell’uomo.
Gianfranco Blasi
IL CUORE MANCATO
Il libro di Gianfranco Blasi offre alcune chiavi di lettura innovative su
donazioni e trapianti
di Aldo Noviello
Il cuore mancato di Gianfranco
Blasi non è solo un libro, ma un luogo nel quale si sviluppano attivamente
idee, dove la scienza si confronta con i propri limiti e con il peso della
morte.
Entrando nel merito della vicenda, ci troviamo subito
di fronte alle percezioni toccanti di un bambino e della sua famiglia.
Dopo la nascita di Domenico si capisce subito che
qualcosa non va nel suo percorso di vita. Da quel momento cambia la percezione
del bambino.
Intorno a lui si forma una realtà nuova, fatta di
paura e di attesa, che contrasta con il lieto evento di cui godere.
Alla normalità della vita si sostituisce una nuova
realtà da costruire, da vivere giorno per giorno con trepidazione.
Subentrano la diagnosi e le nuove parole della
medicina, tutte cose da comprendere mentre l’attesa si fa sempre più carica di
paura.
Però c’è la fiducia, che non si arrende e consegna
Domenico ai protocolli della medicina. Si paventa il trapianto, con tutte le
sue connotazioni etiche: per una vita salvata ve n’è un’altra che non c’è più,
e anche questo trova spazio nella coscienza provata dei genitori di Domenico.
Ma un trapianto è anche un’operazione complessa,
risultato di una catena operativa articolata nella quale tutto deve funzionare.
A cominciare dalle condizioni del cuore, dalla sua conservazione prima e
durante la preparazione dell’intervento, dal viaggio di trasporto e, infine,
dai tempi di espianto e impianto del nuovo organo.
Ma il nuovo organo di Domenico non parte. Qualcosa non
ha funzionato nell’articolata catena delle competenze. Domenico va in terapia
intensiva, l’attesa si fa inquietante e subentrano i timori sui limiti della
scienza.
Ma poi, nel concreto, vi sono responsabilità oggettive
da accertare, che nel caso di un trapianto possono essere ricondotte all’intera
catena operativa o a un singolo passaggio, e qui siamo davanti all’errore.
L’errore ci dice che qualcosa, nella procedura, non è stato rispettato.
Ed è qui che si ferma, istintivamente, il giudizio dei
tanti, talvolta anche della stampa e del suo sistema informativo. Fortunatamente,
questo libro allarga gli orizzonti e guarda l’evento nella sua complessità,
andando oltre il caso.
L’analisi fatta da Blasi è meticolosa, certosina e
contornata da tutta una complessità di passaggi dovuti a una procedura
articolata, che va oltre la semplice osservazione di un protocollo
medico-sanitario.
E qui vorrei soffermarmi sulle tre variabili
ricorrenti nella medicina dei trapianti e che l’autore, con opportuna capacità
di analisi, riporta nella sua trattazione: il rischio, il limite e l’errore.
Il rischio è qualcosa che non possiamo eliminare. Un
cuore può essere perfettamente impiantato e, al netto del protocollo, potrebbe
comunque non funzionare, perché intervengono fattori imprevedibili.
Il limite è composto da criticità possibili che si
verificano durante il trasporto, come l’impossibilità di monitorare l’organo in
ogni momento, mantenendo una temperatura costante, le condizioni dell’organo in
rapporto alla distanza e alle condizioni operative. Quindi, il rispetto dei
tempi protocollari non sempre è una garanzia, ma necessita di essere associato
alla qualità del tempo. Il sistema sanitario può ridurre i limiti, ma non
eliminarli del tutto.
L’errore: qui siamo di fronte al dato oggettivo certo,
la procedura non è stata osservata.
Queste tre condizioni ci rendono edotti sulla
complessità dell’evento, ma ci fanno anche da punti cardinali, onde evitare
giudizi affrettati o istintivi su un caso del genere. Ci fanno comprendere
quanto sia complesso il ruolo del chirurgo e quanta sofferenza e responsabilità
vi siano dietro un processo medico-sanitario.
Certo, a monte di tutto questo, altre considerazioni
affastellano la mente, a cominciare dai fattori etici. Per la medicina siamo
numeri o persone? Nell’intera catena operativa delle competenze e delle
responsabilità, quanta volontà di riuscita è stata profusa durante l’iter,
considerando per volontà tutto l’ardore da profondere per la riuscita di
un’azione?
Potremmo parlare di mancato rispetto della vita o di
persone che trattano la morte nel suo più crudo realismo, avallate dai limiti
della scienza. Ma chi può dire se ciò poi è stato?
Sicuramente l’accertamento dell’errore
semplificherebbe tutto, paradossalmente taciterebbe la coscienza: uno se ne fa
una ragione.
Tuttavia, nell’ambito dell’intera complessità del
processo, ci sono delle domande che scaturiscono dal libro: di fronte a una
tragedia che smorza una forte speranza di riuscita, resta sempre il rifiuto
dell’accettazione. Ma cosa rifiutiamo: una realtà complessa da capire o il
rifiuto della morte e basta?
Sicuramente la seconda c’è tutta, ma la prima resta
comunque sullo sfondo, ed è qui il punto chiave che va oltre il caso in sé: la
complessità di un processo non deve creare sfiducia nello stesso, ma bensì
indurci a considerare con razionale realismo i limiti della scienza.
Sono queste domande aperte che il libro lascia al
lettore, al di là del caso, rimandandoci a una filosofia della scienza e a una
psicologia della morte; insomma, a una visione epistemologica che ci aiuti a
vivere meglio la complessità della vita.
Nel nostro caso, il rapporto tra la scienza, la vita e
la morte.


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