Un pensiero di Michele Aldo Radice su Il cuore mancato

Ci sono letture che arrivano al termine di un libro e altre che, invece, continuano a camminargli dentro. Il pensiero che Michele Aldo Radice ha voluto dedicarmi dopo aver letto Il cuore mancato appartiene, per me, alla seconda categoria.

Michele, per gli amici, è oggi presidente dell’Associazione degli ex consiglieri regionali e parlamentari della Basilicata, della quale ho l’onore di essere portavoce. Ma il suo ruolo istituzionale non racconta tutto il valore del nostro rapporto: ci lega anche una lunga amicizia e una comune attenzione per le vicende della nostra terra e per quei temi nei quali la politica, la cultura e la dimensione umana finiscono inevitabilmente per incontrarsi.

Michele è stato tra i primi a leggere il libro e, proprio per questo, le sue parole mi sono particolarmente care. Ha colto un aspetto che considero essenziale del mio lavoro: Il cuore mancato non nasce dal desiderio di formulare sentenze, ma dalla necessità di porre domande. Domande che riguardano la medicina, la ricerca, l'etica, la responsabilità e, soprattutto, la fiducia che affidiamo a chi si prende cura della vita.

Lo ringrazio, dunque, per queste parole, che pubblico volentieri perché possono contribuire a mantenere aperta quella riflessione che il libro vorrebbe consegnare ai suoi lettori. (Gianfranco Blasi)

 

La riflessione di Michele Aldo Radice

Caro Gianfranco,

ho appena finito di leggere il tuo libro, di cui ho apprezzato non solo il delicato approccio alla vicenda, ma anche il rigore con il quale hai affrontato una materia tanto complessa e difficile.

È un tema che attraversa ambiti diversi: dalla continua e indispensabile ricerca medica, sempre in evoluzione, alle questioni più profonde dell'etica e della concezione della vita. Ma, accanto alla scienza e alle procedure, c'è soprattutto la dimensione umana. E sono proprio le famiglie coinvolte ad avermi maggiormente colpito.

Sono loro che, in maniera diversa e spesso opposta, vivono emozioni e aspettative fortissime, tumultuose, il più delle volte non esternate, ma affidate a silenzi, a parole non dette, a pianti trattenuti. Da una parte c'è chi attende un organo come una possibilità di vita; dall'altra c'è una famiglia che vive il dolore della perdita e, nello stesso momento, compie una scelta di straordinaria generosità attraverso la donazione.

C'è però, a mio avviso, un altro aspetto che il tuo libro induce a considerare: quello relativo alle persone che operano nella complessa macchina dei trapianti, al loro sentire, alle loro emozioni, a come abbiano vissuto il prima e il dopo di un intervento così delicato.

È certamente indispensabile che il rigore dei protocolli venga rispettato e seguito nel modo più scrupoloso possibile. Ma mi domando: tutti i trapianti sono davvero uguali? Oppure esistono situazioni nelle quali, per la storia del paziente, per la sua età, per le condizioni nelle quali si arriva all'intervento, l'approccio umano ed emotivo di chi opera nel settore può essere vissuto in maniera più intensa?

E ancora: può una partecipazione emotiva particolarmente forte, anche quando nasce dalle migliori intenzioni, influire inconsapevolmente sulle decisioni o sulle modalità operative? Può, in altre parole, un eccesso di coinvolgimento provocare involontariamente un errore?

Sono domande difficili, che non hanno risposte semplici. Del resto, pensare alla medicina come a un insieme di procedure affidate a persone completamente prive di sentimenti significherebbe immaginare medici e operatori come dei robot. E invece anche chi cura è una persona, con le proprie emozioni, le proprie responsabilità, le proprie paure e il proprio senso del dovere.

La vicenda di Domenico rende tutto questo ancora più drammatico.

Quando qualcosa non funziona, quando un bambino muore nonostante le cure, le speranze e un intervento che avrebbe dovuto rappresentare una possibilità di vita, nasce inevitabilmente il bisogno di comprendere. Capire che cosa è accaduto, se vi siano stati errori, se qualcosa avrebbe potuto essere fatto diversamente e, soprattutto, come evitare che ciò possa ripetersi.

È qui che, a mio avviso, si colloca una delle domande più importanti che il tuo libro pone: la ricerca della verità deve venire prima della ricerca di un colpevole.

La giustizia, naturalmente, deve accertare se nelle procedure siano stati commessi errori e se vi siano responsabilità personali. Ma il percorso giudiziario rischia di spostare inevitabilmente l'attenzione dalla comprensione complessiva dell'accaduto all'individuazione di eventuali responsabili.




E allora il rischio è che quella domanda iniziale — che cosa è successo davvero? — finisca in secondo piano.

Comprendere, invece, dovrebbe significare anche imparare. Se un errore c'è stato, occorre individuarlo per correggere una procedura, migliorare un protocollo, rafforzare una fase della complessa catena dei trapianti. La ricerca della verità dovrebbe avere anche questo significato: trasformare una tragedia in una possibilità di prevenzione per il futuro.

C'è poi un'altra conseguenza che non possiamo ignorare.

L'esito finale di questa vicenda potrebbe avere effetti non soltanto sul mondo della medicina, ma anche sulla fiducia delle famiglie nei confronti della donazione degli organi. E potrebbe avere conseguenze anche su chi, ogni giorno, deve continuare a operare materialmente nel sistema dei trapianti, sapendo che una decisione, una procedura o un errore possono esporlo a conseguenze giudiziarie, economiche e professionali molto pesanti.

Per questo credo che Il cuore mancato abbia il merito di porre una questione che va oltre la singola vicenda di Domenico.

Non si tratta soltanto di stabilire chi abbia sbagliato. Si tratta di capire come funziona un sistema nel quale si incontrano la fragilità di un bambino, il dolore di una famiglia, la generosità di una donazione, la responsabilità dei medici, il rigore della scienza e il bisogno della società di avere risposte.

Forse è proprio questa la domanda più difficile che il tuo libro ci consegna: come possiamo cercare la verità senza smarrire l'umanità?

Michele Aldo Radice

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