Aspettando che passi la nottata...
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Ospitare su Pensieri Meridiani Gerardo Lisco è, per me, un piacere e un motivo
di orgoglio. Lo ringrazio per aver scelto ancora una volta queste pagine per
proporre ai nostri lettori una riflessione non convenzionale sulla politica
italiana.
Quello che pubblichiamo oggi non è un
articolo da leggere di corsa, né un semplice commento sull’attualità. È un
ragionamento lungo, articolato, quasi da rivista specialistica, che parte dalle
contraddizioni del cosiddetto “campo largo” e dalla sua irrisolta questione
della leadership.
Lisco va però oltre la disputa tra
Schlein, Conte, primarie e possibili candidati. Si chiede se dietro la
difficoltà di costruire una coalizione non ci sia una crisi più profonda:
quella di una politica incapace di definire con chiarezza identità, programmi,
interessi sociali e soprattutto una comune idea del Paese.
Un contributo che richiede tempo e
attenzione. Proprio per questo Pensieri Meridiani ve lo propone
integralmente.
Perché, qualche volta, vale la pena
fermarsi e leggere un ragionamento fino in fondo.
Gianfranco
Blasi
“Aspettando che passi la nottata,
guardare oltre il campo largo”
Che prima o poi i nodi del cosiddetto
“campo largo” sarebbero venuti al pettine era evidente da tempo. Le recenti
dichiarazioni di Elly Schlein sembrano però aver portato la questione a un punto
di svolta. La segretaria del PD ha affermato che, nella costruzione del
programma comune, «non è che uno vale uno», rivendicando il peso del Partito
Democratico, nettamente superiore a quello delle altre forze della possibile
coalizione. Il principio politico che ne deriva è abbastanza chiaro: la guida
della coalizione dovrebbe spettare al partito maggiore e, conseguentemente, a
chi quel partito guida. Giuseppe Conte, dal canto suo, insiste sulle primarie e
continua a porre come questione dirimente quella dell’invio delle armi
all’Ucraina. Il problema della leadership, dunque, non può più essere rinviato.
Qualche tempo fa Roberto Speranza aveva avanzato un’ipotesi singolare: qualora
la nuova legge elettorale imponesse alla coalizione di indicare preventivamente
un candidato, si potrebbe ricorrere a una candidatura simbolica, per esempio un
neodiciottenne o un ex partigiano. Una soluzione del genere, a mio avviso, non
risolverebbe nulla, per due ragioni molto semplici. La prima è che gli elettori
potrebbero percepirla per quello che sostanzialmente sarebbe: un espediente per
rinviare la soluzione del problema della leadership. La seconda è ancora più
so-stanziale: dopo le elezioni, ammesso che il campo largo riesca a vincerle,
qualcuno dovrebbe comunque assumersi la responsabilità di formare un governo e
soprattutto di governare. Ed è proprio questo il punto. Il campo largo non ha
soltanto un problema di nomi. Ha innanzitutto un problema politico. Lo scontro
è ormai esplicito. Conte sostiene che il M5S non possa sottoscrivere un
pro-gramma che continui sulla linea dell’invio delle armi all’Ucraina e
rivendica il ricorso alle prima-rie per individuare la leadership della
coalizione. Schlein risponde facendo valere il peso politico ed elettorale del
PD. Nel frattempo Giorgio Gori e l’area riformista del Partito Democratico
hanno rilanciato l’ipotesi delle primarie arrivando a prospettare persino il
doppio turno. Sono segnali di una tensione che non riguarda soltanto la scelta
di un candidato, ma la natura stessa della coalizione che si vorrebbe
costruire. Perché il problema non consiste semplicemente nell’individuare una
leadership sufficientemente credibile. Bisognerebbe trovare qualcuno capace di
tenere insieme un’area politica estremamente vasta nella quale convivono
posizioni differenti, e in alcuni casi difficilmente conciliabili, sulla guerra
in Ucraina, sul riarmo europeo, sulla politica economica, sull’Unione Europea,
sulla NATO, sul rapporto con Israele e, più in generale, sulla collocazione
internazionale dell’Italia. L’antifascismo, da solo, non può essere un programma
di governo. È certamente un valore fondante della Repubblica e un elemento
importante della cultura democratica italiana, ma non può diventare il
surrogato di una proposta politica. Non risponde alle domande concrete che un
governo è chiamato ad affrontare: quale politica estera? Quale politica
industria-le? Quale rapporto con l’Unione Europea? Quale posizione sul riarmo?
Quale modello economico e sociale? Quale politica per salari, lavoro, sanità e
pensioni? Ed è proprio qui che emerge, a mio avviso, una delle principali
contraddizioni dell’area che dovrebbe comporre il campo largo. Fra-toianni e
Bonelli mantengono posizioni critiche, soprattutto sulla guerra e sul riarmo,
che non coincidono con quelle del PD. Eppure, quando entra in gioco la necessità
di costruire un fronte antifascista contro la destra, quelle differenze
sembrano diventare politicamente accomodanti e co-munque non tali da mettere
realmente in discussione la costruzione dell’alleanza. L’antifascismo finisce
così per funzionare come il collante capace di rendere compatibili, almeno sul
piano elettorale, posizioni che su questioni fondamentali rimangono molto
distanti. Un ragionamento analogo vale per Maurizio Acerbo e Rifondazione
Comunista. In questo caso la contraddizione appare per-sino più evidente.
Rifondazione continua a rivendicare una netta autonomia dal PD sulle politiche
economiche, sulla guerra, sul riarmo e sul neoliberismo. Acerbo dichiara di non
voler entrare nel campo largo, ma contemporaneamente sostiene la necessità di
un fronte costituzionale, democrati-co e antifascista e considera possibile un
accordo tecnico-elettorale finalizzato a impedire alla destra di continuare a
governare. Ho avuto modo personalmente di ascoltarlo sostenere questa impostazione.
Il punto politico è dunque evidente: si rivendicano differenze che dovrebbero
essere dirimenti e, nello stesso tempo, si individua nell’emergenza
antifascista la ragione sufficiente per renderle temporaneamente non ostative
sul terreno elettorale. Ma se le differenze sono realmente dirimenti, non
possono esserlo soltanto fino al giorno precedente alle elezioni. Perché il
giorno successivo, nell’ipotesi di una vittoria, bisogna governare. E governare
significa scegliere. Bisognerà decidere se inviare o meno armi all’Ucraina, se
sostenere il riarmo europeo, quale atteggia-mento assumere nei confronti della
NATO, quale politica seguire in Medio Oriente, quali rapporti mantenere con
Israele, quale posizione assumere sulle politiche economiche europee. Su questi
temi non è possibile governare contemporaneamente in una direzione e nel suo
contrario. A ciò si aggiunge un’area centrista sempre più affollata, popolata
da personalità e soggetti politici difficilmente riconducibili a una cultura
politica comune. Da Renzi a Ruffini, passando per altri nomi periodicamente
evocati come possibili federatori, garanti o candidati, si ha spesso
l’impressione di assistere più alla ricerca di uno spazio politico che alla
costruzione di una proposta riconoscibile. Più che una coalizione già formata,
il campo largo appare dunque come uno spazio elettorale an-cora da costruire,
nel quale ciascuno cerca di conservare la propria identità e, contemporaneamente,
di garantirsi una quota di rappresentanza. Il rischio è che il principale collante
diventi semplicemente la necessità di battere Giorgia Meloni. Ma essere contro qualcuno
non significa automaticamente possedere un progetto comune per governare il
Paese. Questa, secondo me, è la contraddizione fondamentale. Negli anni di
opposizione, del resto, sono emerse convergenze con la maggioranza su alcune
questioni e profonde divisioni su altre. Un esempio è la legge sul femminicidio,
approvata definitivamente nel novembre 2025 senza voti contrari alla Camera. La
legge ha intro-dotto nell’ordinamento uno specifico delitto di femminicidio,
definendone precise condizioni. Si può essere favorevoli o contrari a questa
impostazione giuridica, ma resta politicamente significativo che su una materia
così delicata maggioranza e opposizioni abbiano trovato una convergenza.
Diverso è il caso del disegno di legge sull’antisemitismo. Il testo richiama la
definizione operativa elaborata dall’IHRA, l’International Holocaust
Remembrance Alliance, cioè l’Alleanza Internazionale per la Memoria
dell’Olocausto. Formalmente viene salvaguardata la libertà di critica poli-tica
e di espressione, ma proprio sull’applicazione della definizione IHRA e sul
rischio che determinate critiche alle politiche dello Stato di Israele possano
essere ricondotte all’antisemitismo si è sviluppato un forte contrasto
politico. M5S e AVS si sono opposti al provvedimento, mentre il PD, nell’ultimo
passaggio in Commissione, non ha partecipato al voto finale. Anche questa
vicenda dimostra quanto siano differenti le sensibilità delle forze che dovrebbero
comporre la futura coalizione. Lo stesso vale, in maniera ancora più evidente,
per l’Ucraina. Il PD continua a sostenere gli aiuti militari a Kiev, mentre il
M5S chiede di interrompere l’invio delle armi. AVS mantiene una posizione
fortemente critica sulla prosecuzione degli aiuti militari e sul riarmo. Non
stiamo parlando di divergenze marginali, ma di una questione fondamentale di
politica estera. Come spesso accade nei momenti difficili del centrosinistra,
Goffredo Bettini prova a costruire una mediazione. La sua proposta prevede una
tregua lungo la linea del fronte, una fascia smilitarizzata garantita da forze
neutrali sotto bandiera ONU, l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea ma non
nella NA-TO e, durante un effettivo percorso negoziale, la prosecuzione
dell’aiuto all’Ucraina limitatamente alle armi difensive. È un tentativo di
trovare un punto d’incontro fra PD e M5S. Ma proprio la necessità di escogitare
formule tanto elaborate dimostra quanto sia profonda la distanza politica. E
poi che cosa significa, concretamente, distinguere in un conflitto di questa
natura fra armi offensi-ve e difensive? Il punto politico dovrebbe essere un
altro: concentrare ogni sforzo possibile sulla diplomazia e sulla costruzione
di una prospettiva di pace, anziché considerare l’invio delle armi come una
politica destinata a proseguire indefinitamente. Si può naturalmente dissentire
da questa posizione. Ma una coalizione che aspira a governare deve chiarire prima
delle elezioni quale poli-tica estera intende seguire. Non può rinviare la
decisione al giorno successivo alla vittoria. Una questione analoga riguarda il
Medio Oriente. Dalla seconda metà di marzo 2026 l’Italia ha schiera-to un
dispositivo dell’Aeronautica militare in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein.
Secondo la Difesa, la Task Force Air-Arabia svolge compiti di sorveglianza e
difesa dello spazio aereo e di protezione delle forze e degli interessi
nazionali presenti nell’area. La questione ha provocato problemi che politiche
proprio sulla natura e sulla cornice parlamentare della missione. A settembre
la base saudita di Ta’if, dove era presente personale italiano, è stata colpita
durante gli attacchi Houthi. Un velivolo F-2000 italiano è stato colpito mentre
si trovava a terra; non risultano militari italiani coinvolti. Successivamente
il dispositivo è stato rimodulato per ragioni di sicurezza. Sono fatti che
pongono una questione politica seria: fino a quale punto l’Italia può essere
coinvolta operativa-mente in scenari di guerra senza che l’opinione pubblica
abbia piena consapevolezza della natura, degli obiettivi e dei limiti delle
missioni? Ci troviamo sempre più spesso di fronte a conflitti nei quali il
confine fra partecipazione, sostegno, deterrenza e coinvolgimento militare
diventa difficile da individuare. Non è una domanda che riguarda soltanto il
governo Meloni. Riguarda anche chi aspira a sostituirlo. Ed è legittimo
chiedersi quanto sarebbe realmente differente la politica estera di un eventuale
governo di centrosinistra, soprattutto considerando il sistema di alleanze
internazionali dell’Italia e i vincoli derivanti dall’appartenenza alla NATO e
all’Unione Europea. Qui si arriva a una questione ancora più generale. Negli
ultimi decenni lo spazio della decisione politica nazionale si è
progressivamente intrecciato con vincoli europei, internazionali, finanziari e
milita-ri. È quello che viene comunemente definito “vincolo esterno”. Questo
fenomeno ha contribuito, a mio avviso, alla trasformazione della classe
dirigente in quello che definirei piuttosto un ceto dirigente: gruppi politici
differenti che competono duramente per il governo ma che, su alcune grandi
direttrici, finiscono per muoversi entro confini relativamente simili. È anche
per questo che non sono convinto che, con un Gentiloni, un Letta o un altro
esponente dell’area PD a Palazzo Chigi, alcune delle principali scelte di
politica internazionale sarebbero state radicalmente differenti da quelle
compiute dal governo Meloni. Naturalmente si tratta di una valutazione politica
e non di un fatto dimostrabile. Ma proprio per questo sarebbe necessario che il
campo largo spiegasse dove in-tende davvero produrre una discontinuità rispetto
alle politiche dell’attuale governo e dove, invece, intende proseguirle. Ed
eccoci nuovamente al problema iniziale: chi dovrebbe guidare questa coalizione?
La proposta del candidato simbolico avanzata da Speranza potrebbe tornare utile
proprio perché consentirebbe temporaneamente di non risolvere il conflitto Schlein-Conte.
Le recenti dichiarazioni della segretaria dei Giovani Democratici, Virginia Libero,
hanno attirato molta attenzione. Alla Festa dell’Unità ha affermato che la sua
generazione non sarebbe stata «soldato» delle guerre della destra e ha evocato
persino l’organizzazione dei “disertori”. Successivamente ha precisato che
quelle parole non implicavano l’abbandono dell’Ucraina, ribadendo la condanna
di Putin e la solidarietà a Kiev. Non sappiamo se dietro questa improvvisa
esposizione mediatica esi-sta una strategia politica più ampia. Affermarlo come
un fatto sarebbe arbitrario. Resta però la sensazione che si stia cercando di
capire se possa emergere una figura nuova, giovane, sufficiente-mente simbolica
da consentire alle diverse componenti di evitare una resa dei conti immediata
sul-la leadership. Non è detto che un’operazione del genere possa funzionare.
Anzi, il rischio è che l’opinione pubblica percepisca immediatamente una
candidatura costruita a tavolino come una semplice “testa di legno”. Esiste
però un’altra possibilità. Non un candidato simbolico, ma una fi-gura di
garanzia dotata di un proprio peso politico. E qui il nome che considero
interessante è quel-lo di Pier Luigi Bersani. Non perché esistano, al momento,
elementi sufficienti per sostenere che una sua candidatura sia realmente sul
tavolo. La mia è un’ipotesi politica. Ma Bersani appartiene a quella categoria
che potremmo definire delle “riserve della Repubblica”: personalità che, pur
non occupando più il centro della scena politica, conservano un credito
personale e una capacità di interlocuzione che superano in parte i confini
della propria area di appartenenza. Una candidatura Bersani, però, non sarebbe
una semplice candidatura simbolica. Ed è precisamente questo che renderebbe
l’operazione diversa dalla proposta originaria di Speranza. Un candidato del
genere avrebbe inevitabilmente un proprio peso, una propria storia e una
propria idea della coalizione. Non potrebbe essere utilizzato semplicemente
come un nome da scrivere sulla scheda elettorale per rinviare a dopo il
problema del governo. A rendere urgente la questione contribuisce la riforma
elettorale, il cosiddetto “Stabilicum”, ancora in corso di approvazione. La
nuova impostazione rende ancora più importante la costruzione preventiva delle
coalizioni e, conseguentemente, la de-finizione della loro leadership. In altre
parole, il tempo delle ambiguità si sta esaurendo. PD, M5S, AVS e le diverse
componenti centriste possono certamente decidere di presentarsi insieme alle
elezioni. Ma presentarsi insieme non significa necessariamente essere in grado
di governare insie-me. È questo il nodo che prima o poi dovrà essere sciolto.
C’è infine una riflessione storica che considero importante. La classe politica
che fondò la Repubblica italiana proveniva da esperienze drammatiche: il
fascismo quello vero, l’esilio, il carcere, la clandestinità, la guerra
mondiale e la Resistenza. Erano uomini e donne formatisi dentro culture
politiche forti, spesso radicalmente contrapposte, ma capaci di leggere la
società nella quale vivevano e di rappresentarne interessi, conflitti e
aspirazioni. Bisogna inoltre ricordare un elemento che oggi viene talvolta
rimosso: il regi-me fascista, soprattutto in alcune fasi della propria storia,
godette di un consenso reale e significativo nella società italiana. La guerra
d’Etiopia e la proclamazione dell’Impero rappresentarono uno dei momenti
culminanti di quel consenso. Gli stessi antifascisti ne erano consapevoli.
Emilio Lussu, dopo la conquista dell’Etiopia, dovette prendere atto di quanto
fosse diventato difficile immaginare in quel momento un rapido rovesciamento
del regime. Se l’Italia fosse rimasta fuori dalla Seconda guerra mondiale non
possiamo sapere quale sarebbe stato il destino del fascismo. Qualunque
parallelo con la successiva storia della Spagna franchista appartiene
necessariamente alla sto-ria controfattuale. Ma il caso spagnolo dimostra
almeno una cosa: un regime autoritario può sopravvivere molto a lungo quando
conserva sufficienti basi sociali, istituzionali e internazionali. Senza la
catastrofe della guerra, la storia politica italiana avrebbe potuto seguire
percorsi profondamente differenti. Forse oggi parleremmo ancora di monarchia;
forse no. Non possiamo saperlo. Possiamo però sapere che la storia raramente
procede secondo gli schemi rassicuranti che le attribuiamo a posteriori. La
storia non offre ricette, ma dovrebbe almeno insegnare a diffidare delle
semplificazioni. Ed è proprio questa consapevolezza che sembra mancare alla
politica contemporanea. Il problema non è semplicemente costruire una
coalizione abbastanza larga da vincere le elezioni. È ricostruire una politica
riconoscibile, capace di rappresentare interessi sociali reali, di indicare una
prospettiva e di assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Dal M5S ai
diversi “centri”, passando per le contraddizioni interne allo stesso PD e per
quelle forze della sinistra che, pur contestando molte delle politiche del
centrosinistra, finiscono per considerare tali differenze superabili in nome
del fronte antifascista, vedo una difficoltà crescente nel produrre classi
politi-che, culture politiche e progetti di società chiaramente identificabili.
Per questo la battaglia sulla leadership del campo largo rischia di essere
soltanto la manifestazione superficiale di una crisi molto più profonda. I nodi
sono venuti al pettine. E forse, prima ancora di chiedersi chi debba guidare il
campo largo, bisognerebbe chiedersi che cosa sia realmente il campo largo,
quale Paese vo-glia costruire, quale politica estera intenda perseguire e,
soprattutto, quali interessi sociali intenda rappresentare. Fino a quando
queste domande resteranno senza risposta, non basteranno né le primarie, né un
candidato simbolico, né il ritorno di qualche “riserva della Repubblica”.
Perché una coalizione può anche trovare il modo di vincere le elezioni senza avere
risolto le proprie contraddizioni. Il problema comincia il giorno dopo, quando
deve governare. L’esperienza del secondo governo Prodi dovrebbe aiutare. Forse, allora, non resta che aspettare che
passi la nottata. E, nel frattempo, cercare riferimenti politici anche al di
fuori del campo largo.

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