Campa cavillo!
E il calcio italiano resta ostaggio delle carte bollate
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| Malagò messo in mezzo da Bonfiglio e Abodi |
di Gianfranco Blasi
Ci
sono momenti in cui una vicenda smette di essere soltanto una disputa
regolamentare e diventa la fotografia di un intero sistema. Quello che sta
accadendo intorno alla FIGC, a Giovanni Malagò, al CONI di Luciano Buonfiglio e
al ministro dello Sport Andrea Abodi è uno di questi momenti.
La
questione è ormai nota: il mancato tesseramento di Malagò al momento della
candidatura alla presidenza della Federcalcio. Un requisito che il CONI ha
considerato essenziale e sulla cui mancata applicazione ha costruito un caso
politico-sportivo di proporzioni enormi. Tanto enormi da arrivare alla
prospettiva del commissariamento della FIGC.
Peccato
che adesso arrivino i pareri dei quattro giuristi incaricati dal CONI e che la
montagna delle certezze sembri improvvisamente diventare meno granitica.
Perché
nei documenti, secondo quanto riferito oggi dall'ANSA, non c'è scritto che il
commissariamento sia la conseguenza “diretta e inevitabile” della mancata
tessera. Al contrario, si parla di “margini di discrezionalità” nella
valutazione della gravità della violazione. E non è una sfumatura da
azzeccagarbugli: è il cuore della questione.
Del
resto, appena due giorni fa il presidente del CONI Buonfiglio aveva annunciato
pareri “granitici”, capaci di non lasciare spazio a interpretazioni, e aveva
ribadito la necessità di decidere “senza se e senza ma”.
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| La bella nazionale italiana di Parigi |
Ora
scopriamo che qualche “se” e qualche “ma”, invece, esistono.
E
allora viene spontanea una domanda: possibile che per bloccare il processo di
riforma del calcio italiano si debba ricorrere a un espediente così piccolo
rispetto alla grandezza dei problemi che il pallone italiano dovrebbe
affrontare?
Il
calcio italiano non ha bisogno di un'altra guerra di carte bollate. Ha bisogno
di riforme. Ha bisogno di una governance credibile, di conti sostenibili, di
stadi, di infrastrutture, di una diversa valorizzazione dei giovani, di una
politica seria sui vivai, di una riflessione profonda sul rapporto fra calcio
professionistico e territorio. Ha bisogno, soprattutto, di tornare a discutere
del proprio futuro.
E
invece eccoci qui: a discutere di una tessera.
È
proprio questo il paradosso che rischia di trasformare una vicenda formalmente
regolamentare in una gigantesca occasione perduta. Se il principio è sacrosanto,
lo si applichi. Se la violazione è grave, si dimostri perché. Ma se persino i
giuristi incaricati di fornire il supporto tecnico al CONI riconoscono che la
valutazione della gravità lascia spazio alla discrezionalità, allora il
commissariamento non può essere presentato come una sorta di automatismo
giuridico.
Il
punto, dunque, non è difendere Malagò. E nemmeno santificare la FIGC. Il punto
è molto più semplice: capire se il sistema sportivo italiano stia utilizzando
una controversia regolamentare per affrontare un problema oppure se stia
utilizzando il problema per consumare una battaglia di potere.
Perché
se il secondo fosse il caso, il prezzo non lo pagherebbe soltanto Malagò. Lo
pagherebbe il calcio.
E
qui entra in scena la politica.
Abodi
ha ripetuto che non si tratta di una questione personale e che il
commissariamento, eventualmente, deve nascere dallo sport e dalle sue regole. È
una posizione formalmente lineare. Ma proprio per questo il ministro dovrebbe
essere il primo a chiedersi quale sia l'interesse generale dello sport italiano
davanti a una vicenda che rischia di paralizzare la principale federazione
sportiva del Paese.
Perché
il ministro non può limitarsi a dire: “contano le regole”. Le regole contano
sempre. Ma contano anche la loro interpretazione, la proporzionalità delle
conseguenze, l'interesse dell'ordinamento e, soprattutto, la capacità della
politica sportiva di guardare oltre la contingenza.
Altrimenti
si rischia quello che chiamerei, con una formula volutamente provocatoria, un
infanticidio del futuro del pallone italiano.
Un
futuro ancora bambino, fragile, che avrebbe bisogno di essere accompagnato
verso una riforma vera e non soffocato dentro una disputa burocratica.
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| Il nuovo corso di Malagò: Mancini e Ranieri. Con loro anche Gianfranco Zola |
Il
CONI ha certamente il diritto e il dovere di vigilare sulla legalità
dell'ordinamento sportivo. Ma proprio per questo deve evitare che la tutela
delle regole si trasformi in un esercizio formalistico delle regole stesse. Una
cosa è correggere una violazione; altra cosa è utilizzare quella violazione per
azzerare un'intera governance.
E
il governo?
Il
governo rischia, paradossalmente, di essere secondo alla figuraccia.
Perché
se il CONI dovesse arrivare al commissariamento sulla base di una vicenda che
gli stessi pareri giuridici non configurano come automatica conseguenza della
mancata tessera, la responsabilità politica non potrebbe essere lasciata tutta
sulle spalle di Buonfiglio. Il ministro dello Sport, che di questa partita è
inevitabilmente uno degli attori centrali, non potrebbe chiamarsi fuori.
Non
perché debba interferire nelle autonomie sportive. Al contrario: proprio perché
deve rispettarle, dovrebbe pretendere che ogni decisione sia rigorosamente
proporzionata, motivata e orientata all'interesse generale.
Il
6 ottobre Giunta e Consiglio nazionale del CONI saranno chiamati a decidere.
Sarà
una giornata importante non soltanto per Malagò e per la FIGC.
Sarà
un test sulla maturità dell'intero sistema sportivo italiano.
Perché
il problema non è stabilire chi vincerà la guerra tra Malagò, Buonfiglio e
Abodi.
Il
problema è capire se, mentre loro combattono, qualcuno si stia ancora occupando
del calcio italiano.
E
soprattutto del suo futuro.



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