Ci sono recensioni che raccontano un libro e altre che, in qualche modo, lo riconsegnano al suo autore. Ringrazio nell’ordine: Aldo Noviello, Michele Aldo Radice, Gerardo Lisco, Mauro Armando Tita e ora Leonarda Santeramo, Dina per gli amici. Tutti hanno scritto del Cuore mancato, ognuno secondo la sua sensibilità, ognuno con passione e ognuno rivolgendomi lo sguardo.

La critica di Dina, dicevo, non racconta solo il libro, me lo riconsegna. Non è soltanto una lettura attenta de Il cuore mancato, ma un attraversamento delle sue pagine alla ricerca di quel filo profondo che unisce la storia di Domenico alle domande sulla cura, sulla fragilità, sulla responsabilità e sul senso del dono.

Dina conosce da tempo la mia scrittura. Ha accompagnato, con la sua sensibilità critica, anche La croce diversa, il romanzo che più di ogni altro ha segnato il mio percorso letterario. Per questo le sue parole hanno per me un significato particolare: vengono da un’amica, ma soprattutto da una lettrice capace di andare oltre la superficie delle parole.

Mi ha colpito il modo in cui ha saputo leggere, dentro una storia dolorosa e reale, qualcosa che  io stesso ho scoperto soltanto scrivendola: la cura come gesto umano, responsabilità, ascolto e, alla fine, dono.

Pubblico con gratitudine questa sua riflessione. E con la sensazione, che ogni tanto accompagna chi scrive, di aver ritrovato nel proprio libro qualcosa che non sapeva ancora di averci messo. (Gianfranco Blasi)

 

 Ed io avrò cura di te (Battiato, 1996)

 di Leonarda Santeramo

 

Nel testo Il Cuore mancato - Una narrazione sulle donazioni e sui trapianti, di Gianfranco Blasi, edito da Il Segno, la storia del piccolo Domenico Caliendo, affrontata in modo nuovo e libero dalle convenzioni, ricostruita in forma originale, all’insegna di una forte sintonia emotiva dell’autore con la vicenda narrata, pone all’attenzione del lettore dinamiche cognitive, movimenti relazionali, intrecci sentimentali e affettivi di segno differente e di contenuto vario.

Ma un’idea, in particolare, viene alla luce chiaramente leggendo il testo. È come se un concetto specifico si facesse largo fra le domande reiterate, le piste investigative, le risposte mancate, le attese deluse: il concetto di cura nella sua interpretazione di azione umana, premurosa, globale, costante, rivolta e finalizzata al benessere di qualcuno o qualcosa, che unisce l’impegno pratico quotidiano al coinvolgimento emotivo e ad un forte calore sentimentale.

La cura, quindi, assurge a protagonista dell’intero percorso intellettuale compiuto dall’autore, prima nella forma del sogno, poi nella dimensione dell’ipotesi narrativa, infine nella realtà dell’opera edita, attraversando le declinazioni della protezione totale di fronte a rischi, paure, ingiustizie; dell’amore che non conosce i confini del tempo, dello spazio, della decadenza fisica e della mortalità; dell’accudimento come atto di responsabilità verso la fragilità o la vulnerabilità altrui e di sé stessi.

Nel corso della storia umana il concetto di cura di sé e dell’altro ha subito evoluzioni e cambi di paradigmi, anche in relazione ai diversi periodi storici e alle differenti filosofie impegnate nella costante dialettica fra uomo, realtà, divino, evolvendo da una dimensione puramente biologica e di sopravvivenza verso una complessa struttura filosofica, etica, scientifica.

Nel mondo greco-romano coesistono due visioni, da un lato, la cura intesa come terapia medica legata al corpo, basata sul ripristino dell’equilibrio naturale, dall’altro, la cura intesa come la cura di sé e dell’anima, che si estende alla responsabilità verso la polis e verso i concittadini. L’equilibrio del corpo e la virtù dell’anima costituiscono il focus principale della cura, il cui obiettivo è l’armonia individuale e la cittadinanza. La tradizione giudaico-cristiana introduce una rivoluzione radicale fondata sull’amore disinteressato e sulla carità. La cura dell’altro, infatti, diventa un dovere morale assoluto, personificato nella parabola del buon Samaritano. Curare l’infermo o l’emarginato significa curare il divino nell’uomo. L’amore incondizionato verso il prossimo è la principale concretizzazione della cura, il cui fine è la salvezza spirituale e la solidarietà umana.

La successiva modernità dispiega nuovi significati con l’apporto prima dell’Umanesimo rinascimentale che pone l’uomo al centro dell’universo, poi dell’Illuminismo e del Positivismo, con l’esaltazione della scienza come unica conoscenza valida e unico mezzo utile per il progresso dell’umanità. Con l’Umanesimo rinascimentale la centralità dell’essere umano, in quanto valore in sé, focalizza la cura sulla dignità dell’individuo, sulla sua formazione intellettuale e morale, sulla sua capacità di autodeterminarsi e di agire nel mondo, accompagnata sul piano concreto dalla nascita dei primi grandi ospedali moderni. Con l’Illuminismo e il Positivismo ottocentesco la cura si frammenta, trasformandosi da impegno etico e politico di emancipazione della ragione ad intervento tecnico, scientifico e sociale basato sull’osservazione empirica. Entrambi i movimenti vedono nella conoscenza uno strumento di progresso e di lotta contro l’ignoranza o il pregiudizio, ma declinano il prendersi cura dell’uomo e della società in modi differenti. Prevale il focus sulla sconfitta della patologia biologica, con l’obiettivo finale della guarigione fisica del corpo-macchina. Più che sulla persona nella sua interezza lo sguardo si concentra sulla malattia e l’altro diventa per lo più un caso clinico.

Ma è nel Novecento che il concetto di cura si dilata e si arricchisce, inglobando in primo luogo la dimensione sociale, ecologica, politica, trasformandosi da semplice prestazione tecnica in pratica globale di responsabilità e connessione. Se esistere, secondo l’orizzonte esistenzialista, significa essere in relazione, il focus della cura non può che essere il supporto all’altro, alla sua autonomia, alla sua libertà di autodeterminarsi, alla sua consapevolezza di sé, con lo scopo prioritario di concorrere all’autenticità dell’esistenza dell’altro. Sarà poi la più recente teoria morale e filosofica denominata Etica della cura, affermatasi negli anni Ottanta, che concorrerà ad un’ulteriore rivisitazione del concetto di cura. Nel segno della centralità delle relazioni umane, considerando che ogni essere umano sperimenta la vulnerabilità in varie fasi della vita e che ogni legame sociale si fonda sul supporto reciproco, la cura diventa un costrutto complesso, composto da più dimensioni distinte ma sempre correlate. Nel rifiutare l’idea di un individuo completamente autonomo e slegato dagli altri e nel privilegiare l’analisi concreta delle situazioni e dei legami reali, si fa strada il prendersi cura ovvero la preoccupazione per l’altro, l’aiuto da offrire tenendo conto della vulnerabilità, della dipendenza, dell’interdipendenza. La cura rende così udibile la voce dei più fragili, mettendo in guardia contro possibili derive individualistiche, e individua nel benessere globale della persona il suo traguardo ultimo.

Nel solco della cura così modernamente intesa, il dibattito contemporaneo arricchisce di ulteriori sensi siffatto concetto, accentuando l’approccio bio-psico-sociale, ed estendendolo oltre i confini umani, occupandosi di cura dell’ambiente, delle specie non umane, delle generazioni future.

Nel ripercorrere la drammatica vicenda reale del piccolo Domenico Caliendo, trasformando un fatto di cronaca in una profonda riflessione sociale e bioetica, Gianfranco Blasi ripulisce il concetto di cura da ogni sovrastruttura dottrinale, compiendo una scelta ben precisa: non si tratta più solo di un ideale teorico, ma di un campo di azione quotidiana, in cui la vulnerabilità esistenziale incontra in via ordinaria la complessità delle decisioni tecniche e morali.

Fra attesa di vita, problemi strutturali, impotenza tecnica, dolore per la perdita, l’autore tratteggia una cura reale che abbraccia il costume della relazione e la pratica della corresponsabilità. Dà voce all’ingombrante ma ineludibile peso delle scelte che non sono mai solo ed esclusivamente tecniche, richiamando il confronto fra l’autonomia del paziente e la responsabilità scientifica del medico. Scrive a chiare lettere la vulnerabilità personale come appello, come richiesta che chiede una risposta concreta, non una speculazione. Sostiene una medicina scientifica che deve necessariamente integrarsi con la dimensione del vissuto ovvero con l’esperienza del malato e della sua malattia.

Per l’autore la cura si realizza solo se all’efficacia clinica si affianca l’ascolto. Spogliata di ogni astrazione, la cura si riduce a gesti minimi ma immensi: la presenza accanto all’altro, lo sguardo che riconosce la sua dignità, il farsi carico del dolore anche quando non c’è più nulla da guarire, la fatica della verità necessaria per riconoscere, accettare, difendere la realtà dei fatti.

Nel suo essere desiderio di proteggere l’altro dalla fragilità, moto dell’animo che ambisce a lenire ed attenuare, Gianfranco Blasi consegna ai suoi lettori la cura come un inno all’amore incondizionato e alla dedizione profonda, unici strumenti per abitare la contraddizione di un corpo che soffre, sostenendone il peso umano ed etico fino alla fine. Infine, attesa la denuncia sociale per la cura mancata, delinea la donazione degli organi quale atto supremo del prendersi cura dell’altro, che permette di salvare o di migliorare l’esistenza di chi è in attesa di vita.

E qui la cura si fa dono, trasformando la perdita in vita, nel segno della responsabilità e della solidarietà di persone e di comunità evolute, che vivono la loro esistenza con presenza mentale, mutando il tempo da una misura da inseguire in uno spazio da accogliere, accudire, custodire.

 

 

 

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