Da Ruvo del
Monte a New York, la parabola di Ed McBain
Ci sono storie di emigrazione che
raccontano molto più di una partenza: parlano di sacrifici, di radici lontane e
di talenti capaci di affermarsi senza dimenticare le proprie origini. Aldo
Michele Radice ci accompagna alla riscoperta di Saverio Alberto Lombino, conosciuto nel mondo come
Ed McBain, grande protagonista della letteratura e della
narrativa poliziesca americana, ma profondamente legato alla Basilicata e a
Ruvo del Monte, paese di sua madre e dei nonni materni, proprio attraverso le sue
radici familiari. Un omaggio che diventa anche una riflessione sulla nostra storia
migratoria e sul valore della memoria. Per ricordare che la Basilicata non ha
donato al mondo soltanto braccia, ma anche intelligenze, cultura e
straordinarie capacità creative. Perché ogni volta che un lucano conquista il
mondo, una parte della nostra terra viaggia con lui. E ricordare Ed McBain
significa anche restituire alla Basilicata un frammento della sua storia,
riconoscendo in una grande firma della letteratura americana il figlio di
un’emigrazione che non ha mai reciso del tutto il legame con le proprie
origini. Le
radici possono attraversare gli oceani, ma non smettono di parlare. Sta a noi
saperle ascoltare.
(Gianfranco Blasi)
UN DOVEROSO PENSIERO PER ED McBAIN
di
Aldo Michele RADICE
(Presidente Associazione ex Consiglieri Regionali e
Parlamentari di Basilicata)
Tutte le storie sull’emigrazione potrebbero avere lo stesso
inizio: c’era una volta… oppure era la miseria e la disoccupazione a spingere
le persone ad abbandonare il proprio paese e la propria famiglia per emigrare
in cerca di fortuna.
A onor del vero i primi emigrati non hanno fatto inizialmente una
gran fortuna, sicuramente però hanno trovato lavoro, ma a quali condizioni e
prezzi: lavori i più disparati, faticosissimi, sottopagati, locali abitativi a
dir poco pessimi, scarsa integrazione o addirittura discriminazione sociale e
territoriale.
Se il substrato dell’emigrazione è stato identico per tutti, ogni
singola storia è però a se stante, piena di tante e affascinanti sfaccettature,
che andrebbero recuperate non per un nostalgico e patetico ricordo, ma per
ricostruire un significativo pezzo di storia delle nostre comunità e per
approfondirne gli aspetti e le implicazioni sociologiche, che tuttora hanno
importanti e significative ricadute.
Non tutte le emigrazioni sono identiche e non tutte hanno prodotto
gli effetti sperati. Questo perché le emigrazioni si sono più volte ripetute
nel tempo, a ondate, e direzionate nei più disparati luoghi della Terra, dai
più lontani (Americhe, Australia) ai più vicini (Europa, Nord Italia).
Non vi sono parti del mondo che non abbiano avuto presenze
migratorie e non vi sono regioni d’Italia, chi più chi meno, che non abbiano avuto
flussi migratori. Sicuramente sono nella natura umana la voglia e l’aspirazione
a esplorare nuovi mondi, nuovi luoghi, nuovi popoli, ma l’emigrazione, così
come l’abbiamo conosciuta, vissuta e metabolizzata noi altri, è stata, e
tuttora lo è, concepita come necessità primaria di migliorare la propria
condizione lavorativa, retributiva e quindi economica e sociale. Poi magari non
tutto ciò si è concretizzato nella sua complessità, ma indubbiamente l’aspetto
lavorativo ed economico è stato quasi sempre soddisfatto.
In moltissimi casi poi è insorto, in taluni che sono partiti, un
profondo risentimento e la domanda assillante del perché talune condizioni si
sono potute realizzare altrove e non nei propri luoghi d’origine. Molti non
avrebbero voluto partire, era solo la sopraffazione del bisogno che li spingeva
ad andar via. E più il viaggio era lontano più grande si manifestava il
risentimento.
Tutti in cuor loro pensavano, dopo un più o meno lungo soggiorno
lavorativo e dopo aver accumulato o trasmesso alla famiglia, rimasta al paese,
un buon gruzzoletto di denaro, di poter rientrare.
Le distanze, la mala sorte, il tempo di permanenza, il distacco
familiare hanno fatto sì che le cose prendessero un’altra piega. In pochissimi
sono rientrati, molti hanno pertanto richiamato le famiglie stabilendosi
definitivamente fuori, altri, soprattutto nell’America del Sud (Brasile,
Argentina, Uruguay, Venezuela) non hanno dato più notizie di sé, essendosi
fatta lì un’altra famiglia.
Famiglie spezzate, mogli e figli abbandonati, storie umane che
ancor più hanno reso traumatico il dover andare via.
Non per tutti è stato così, molti altri, a costo di forti
sacrifici familiari e personali, si sono lodevolmente affermati. Hanno dovuto
necessariamente all’inizio sgomitare, sgobbare. Molti compaesani hanno
fermamente voluto che i propri figli studiassero, affinché potessero elevarsi
socialmente, culturalmente, economicamente e potessero altresì affermarsi nelle
professioni, nello studio, nell’arte, nella scrittura e finanche in campo
politico.
Ed McBain o diversamente indicato come Evan Hunter (o Curt Cannon
o Hunt Collins, Ezra Hannon o Richard Marsten tutti i suoi pseudo nomi con cui
si faceva riportare sui testi) è stato una persona che si è enormemente
affermato nel mondo della scrittura, producendo una quantità rilevante di
pubblicazioni di romanzi, di sceneggiature per film, di racconti polizieschi,
che hanno avviato e promosso nel tempo negli Stati Uniti d’America una serie
significativa di sceneggiati dall’incredibile successo, come l’87° Distretto
di Polizia.
Nasce in America il 15 ottobre 1926 ed è questa la ragione del
convegno qui a Ruvo del Monte, il paese d’origine del nonno materno,
esattamente per ricordarlo nel suo anniversario del centenario.
Il suo vero nome era Saverio Alberto Lombino, figlio di
Carlo Lombino, di origine siciliana, e di Maria Coppola, di origine lucana,
precisamente di Ruvo del Monte.
Il fortissimo legame con il nonno materno Giuseppe Antonio (sarto
di professione) gli fa scrivere il famosissimo libro ‘Le strade d’oro’, dove
ripercorre la sua vita da emigrante e le sue peripezie.
Il comune di Ruvo fa bene a ricordare una personalità così
spiccata e affascinante come quella di Saverio Alberto Lombino, che sarà in
America pur ricordato con i tanti suoi pseudonimi, ma qui è e deve rimanere con
il suo vero nome d’origine a testimoniare che questa nostra terra, questa
nostra regione non ha prodotto solo braccia e mani nodose, ma anche poeti,
artigiani, professioni, studiosi, politici insomma cervelli eccellenti.
Da FOCUS
Storia (1)
Storia dell'emigrazione
italiana
Dal 1861 circa 30 milioni di
italiani hanno cercato fortuna all'estero. Accolti dagli stessi pregiudizi che
oggi spesso noi riserviamo agli immigrati che arrivano nel nostro Paese.
Tra il 1861 e il 1985
dall'Italia sono partiti quasi 30 milioni di emigranti. Come se l'intera
popolazione italiana di inizio Novecento se ne fosse andata in blocco. La
maggioranza degli emigranti italiani, oltre 14 milioni, partì nei decenni
successivi all'Unità di Italia, durante la cosiddetta "grande
emigrazione" (1876-1915).
Emigrati
italiani impiegati nella costruzione di una ferrovia negli Stati Uniti (1918).
Grande emigrazione. Intere cittadine, come
Padula in provincia di Salerno, videro la loro popolazione dimezzarsi nel
decennio a cavallo tra '800 e '900. Di questi quasi un terzo aveva come
destinazione dei sogni il Nord America, affamato di manodopera.
A partire non erano solo braccianti.
Gli strati più poveri della popolazione in realtà non avevano di che pagarsi il
viaggio, per questo tra gli emigranti prevalevano i piccoli proprietari
terrieri che con le loro rimesse compravano casa o terreno in patria.
Manifesto realizzato nel 1886
dalla Stato federato brasiliano di San Paolo, destinato ai potenziali emigranti
italiani in Brasile.
Le destinazioni. New York e gli States le
destinazioni più gettonate. Ma non le uniche. Così come non si partiva solo dal
Sud Italia. I genovesi ad esempio ben prima del 1861 partirono per l'Argentina
e l'Uruguay. E, proprio come gli immigrati oggi che giungono da noi, non
iniziavano l'avventura con tutta la famiglia: quasi sempre l'emigrazione era
programmata come temporanea e chi partiva era di solito un maschio solo.
A fare eccezione fu solo la
grande emigrazione contadina di intere famiglie dal Veneto e dal Meridione
verso il Brasile, specie dopo l'abolizione in quel paese della schiavitù (1888)
e l'annuncio di un vasto programma di colonizzazione.
Viaggi della speranza. Di solito chi partiva dalle
regioni del Nord si imbarcava a Genova o a Le Havre in Francia. Chi partiva dal
Sud invece si imbarcava a Napoli. Il rapporto tra passeggeri di prima classe e
di terza era di 5mila a 17mila e le differenze di trattamento per questi ultimi
abissali: un sacco imbottito di paglia e un orinatoio ogni 100 persone erano
gli unici comfort di un viaggio che poteva durare anche un mese.
L'approdo dei bastimenti di
emigranti è l'isola di Ellis Island, nella
baia di New York. In molti muoiono durante il viaggio e quelli che sopravvivono
vengono esaminati scrupolosamente dalle autorità sanitarie: si teme che gli
italiani portino malattie, come il tracoma (un'infezione degli occhi che rende
ciechi). Alle visite mediche segue una visita psicoattitudinale. Chi non supera
i controlli, che possono durare anche tre giorni (in cella), viene marchiato
con una X sui vestiti e rimandato indietro. Sui documenti rilasciati agli
italiani, accanto alla scritta white (bianco), che indica il colore della
pelle, a volte c'è un punto interrogativo: è un altro indice del razzismo che
devono subire gli italiani da una parte della società americana. Molti morivano prima di vedere il Nuovo
Mondo. Una volta arrivati, superato l'umiliante filtro dell'ufficio immigrazione
di Ellis Island, iniziava la sfida per l'integrazione.
Se in Sud America
conquistarsi un posto nella nuova patria fu più facile, negli Stati Uniti era
una faticaccia. I nostri connazionali preferivano così ghettizzarsi nei
quartieri italiani e frequentare scuole parrocchiali, rallentando così la
diffusione dell'inglese nelle comunità.
Pregiudizi. Negli Stati Uniti che da poco
avevano abolito la schiavitù si diceva che gli italiani non erano bianchi, "ma
nemmeno palesemente negri". In Australia, altra destinazione, erano
definiti "l'invasione delle pelle oliva".
E poi ancora "una
razza inferiore" o una "stirpe di assassini, anarchici e
mafiosi". E il presidente Usa Richard Nixon intercettato nel 1973 fu
il più chiaro di tutti. Disse: "Non sono come noi. La differenza sta
nell'odore diverso, nell'aspetto diverso, nel modo di agire diverso. Il guaio é
che non si riesce a trovarne uno che sia onesto".
Tra il 1892 e il 1954 (anno
della sua chiusura), furono circa 20 milioni gli uomini, le donne e i bambini
che fecero tappa nell’immigration point di Ellis Island, un piccolo
isolotto poco distante da Manhattan, dove tutti gli immigrati venivano
controllati e accettati.
Dazi e frontiere. Negli Usa l'immigrazione
dall'Italia si fermò con la Prima guerra mondiale. Nel 1921 l'Emergency
quota act impose un tetto al numero di immigrati dall'Europa dell'Est e del
Sud in quanto si riteneva che popoli come quelli italiani fossero meno
assimilabili. Solo con la Seconda guerra mondiale, grazie all'arruolamento
nell'esercito statunitense di molti italoamericani l'integrazione fece concreti
passi avanti.
Italia chiama Europa. Forse anche per questo nel
secondo dopoguerra ci fu una ripresa dell'emigrazione dall'Italia agli Usa. Ma
ormai si era aperta una nuova rotta verso l'Europa del Nord: Francia, Germania
e Belgio le mete più gettonate.
Eppure nemmeno qui i nostri
connazionali furono accolti a braccia aperte, anche perché il 50% partiva come
clandestino, senza lavoro. Sfidando leggi e pregiudizi e assediando frontiere
nell'irriducibile speranza di garantirsi una vita migliore.
Storia (2)
Quando eravamo noi a sbarcare: Ellis Island,
l'isola delle lacrime
Settant'anni fa chiudeva
Ellis Island, dove tra il 1892 e il 1954 (data di chiusura) sono transitati 20
milioni di migranti, molti erano italiani.
Viaggiatori di terza classe
di una nave proveniente dall’Europa sbarcano al porto di Ellis Island, nel
1902, dopo il lungo viaggio. La gran parte dei migranti non parlava inglese e
giungeva sporca, affamata e senza soldi.
Un rituale che si è ripetuto decine di volte, ogni giorno, in un isolotto
della baia di New York. I migranti che arrivavano da ogni parte d'Europa sono
passati quasi tutti da Ellis Island, la piccola isola alla foce
dell'Hudson, prima di essere autorizzati a stabilirsi nella nuova Terra
Promessa: l'America.
Marchiati. Come si vede nella
fotografia, scattata all'alba del XX secolo, il percorso era sempre lo stesso:
chi arrivava dopo il viaggio in nave in terza classe doveva scendere a Ellis
Island con i pochi bagagli, i documenti di viaggio e il numero di entrata.
Lì, nell'ex arsenale militare (dal 1990 Museo dell'immigrazione), gli aspiranti
cittadini americani venivano visitati dai medici del Servizio immigrazione, che
marcavano con un segno di gesso sulla schiena tutti coloro che dovevano
essere ulteriormente esaminati. Una X stava per problemi mentali, PG
per donna incinta e così via.
Secondo il vademecum di
questi medici, vecchi, deformi, ciechi, sordomuti, oltre a chi soffriva di
malattie mentali, contagiose e altre infermità, dovevano essere rimpatriati
con la stessa nave sulla quale erano giunti.
Schedati, ma arrivati. Gli altri, invece, venivano
registrati dagli ispettori (che annotavano i dati civili, economici e
politici) e accompagnati al traghetto per Manhattan.
La chiusura. Da Ellis Island, tra il 1892
e il 1954 (data di chiusura dell'immigration point), sono transitati
circa 20 milioni di migranti, tra cui molti italiani. E almeno 10
milioni di americani oggi possono rintracciare le loro origini nei registri
dell'isola.

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