Giovani, consumi e
disagio sociale: le contraddizioni della società contemporanea
C'è una domanda scomoda che attraversa
il nostro tempo: quanto dei comportamenti che oggi ci scandalizzano è anche il
prodotto dei modelli culturali che la società ha costruito e alimentato? Nel
suo nuovo contributo, il politologo Gerardo Lisco affronta il tema delle
violenze giovanili e della crisi sociale andando oltre la pur necessaria
condanna dei saccheggi e dei comportamenti criminali. La sua analisi chiama in
causa il consumismo, l'individualismo competitivo e un sistema che ha
trasformato il possesso e l'apparenza in criteri di riconoscimento sociale. Ma
la riflessione si spinge ancora più in profondità: che cosa accade quando le
promesse del benessere diventano irraggiungibili e il disagio non trova una
rappresentanza politica capace di trasformarlo in progetto? Da Marx a Gramsci,
Lisco interroga le contraddizioni del capitalismo contemporaneo e le
responsabilità di una sinistra che sembra aver smarrito una prospettiva
alternativa. Un contributo che invita a distinguere la condanna della violenza
dalla comprensione delle sue radici, senza indulgere in giustificazioni, ma
senza neppure accontentarsi delle spiegazioni più facili. Di seguito la riflessione di Gerardo Lisco.
Gianfranco Blasi
I
figli culturali della borghesia perbenista
di Gerardo Lisco
Mao Tsetung, che di rivoluzioni se ne intendeva,
sosteneva che quando sotto il cielo regna una grande confusione, la situazione
può diventare eccellente. Naturalmente, Mao sapeva bene che il caos sociale non
produce automaticamente una rivoluzione. Perché le contraddizioni di una
società possano trasformarsi in un processo rivoluzionario occorrono una
direzione politica, una capacità organizzativa e, soprattutto, una prospettiva
alternativa all'ordine esistente. Senza questi elementi, la rabbia può
esplodere, manifestarsi attraverso proteste e violenze, ma difficilmente riesce
a tra-sformarsi in un progetto di cambiamento dei rapporti sociali. Non intendo
sviluppare un'analisi di sociologia storica sulle cause delle rivoluzioni, ma
richiamare alcuni passaggi utili a comprendere il presente. Dalla rivolta dei
baroni contro Giovanni Senza Terra alla Riforma protestante, dalle ri-voluzioni
inglesi del Seicento alla guerra d'indipendenza americana, dalla Rivoluzione
francese a quella russa del 1917, fino alle rivoluzioni cinese, vietnamita e
cubana, ci troviamo davanti a pro-cessi profondamente differenti per natura e
composizione sociale, ma accomunati, nelle loro esperienze più significative,
dalla presenza di soggetti politici capaci di interpretare le contraddizioni
del proprio tempo e di tradurle in una prospettiva di trasformazione. Marx
aveva individuato nei rapporti materiali di produzione il fondamento delle
contraddizioni sociali; Lenin aveva posto al centro della propria elaborazione
il problema dell'organizzazione e della coscienza rivoluzionaria; Gramsci
avrebbe successivamente approfondito una questione decisiva per comprendere le
società capitalistiche avanzate: il potere delle classi dominanti non si fonda
esclusivamente sulla coercizione e sul controllo dei mezzi di produzione, ma
anche sulla capacità di costruire un'egemonia culturale, di far apparire i
propri valori, i propri interessi e la propria concezione del mondo come
naturali, universali e condivisi. È proprio partendo da questa considerazione
che vorrei interpretare quanto sta accadendo nelle società europee. Francia,
Germania, Belgio, Spagna, Italia e altri paesi sono attraversati da proteste
che coinvolgono agricoltori, autotrasportatori, lavoratori, studenti, set-tori
impoveriti del ceto medio e giovani delle periferie. Si tratta di fenomeni
differenti, che non possono essere ricondotti meccanicamente a un'unica causa.
Una cosa sono le mobilitazioni di chi rivendica salari, occupazione, diritti e
condizioni di vita dignitose; altra cosa sono i saccheggi, le devastazioni e le
violenze di gruppi privi di una qualsiasi prospettiva politica. Tuttavia,
questi ultimi fenomeni non possono essere interpretati soltanto come manifestazioni
di criminalità individuale, separandoli dal contesto culturale nel quale si
producono. Ed è proprio su questo punto che emerge l'ipocrisia della borghesia
perbenista. Quando vengono assaltati negozi di lusso, quando scompaiono borse
Louis Vuitton, scarpe firmate e altri simboli del consumo ostentato, assistiamo
alla consueta indignazione dei benpensanti. Si invocano ordine, sicurezza e
repressione, descrivendo i protagonisti di quelle violenze come corpi estranei
a una società che si presume sana e moralmente superiore. Ma chi ha costruito
il modello culturale nel quale quei giovani sono cresciuti? Ai tanti borghesi
scandalizzati vorrei dire una cosa molto semplice: quei saccheggiatori sono i
vo-stri figli. Non in senso biologico, naturalmente, ma culturale. Sono il
prodotto di un modello di società che, soprattutto negli ultimi quarant'anni,
ha progressivamente imposto l'individualismo competitivo, l'arricchimento
personale, il consumismo e l'ostentazione della ricchezza come valori
dominanti. Il capitalismo neoliberale non si è limitato a modificare
l'organizzazione della produzione, i rapporti di lavoro e il ruolo dello Stato.
Ha realizzato una trasformazione culturale profonda, penetrando nei
comportamenti quotidiani, nelle aspirazioni individuali, nelle relazioni
sociali e perfino nel modo in cui le persone percepiscono sé stesse. Attraverso
la pubblicità, la televisione commerciale, l'industria dell'intrattenimento e,
successivamente, le piattaforme digitali e i social network, ha costruito un
immaginario collettivo nel quale il successo coincide con la ricchezza, la
libertà con la capacità di consumare e il riconoscimento sociale con il
possesso di merci. L'individuo è stato progressivamente educato a considerarsi
un'impresa, a competere con gli altri, a misurare il proprio valore attraverso
il reddito, l'apparenza e la possibilità di accedere a determinati stili di
vita. Il cosiddetto American way of life, nella sua versione più
esasperatamente individualistica, è diventato il riferimento culturale di
intere generazioni. Il risultato è una società nella quale si è progressivamente
indebolita l'idea di appartenenza collettiva, mentre la solidarietà è stata
sostituita dalla competizione e il cittadino è stato ridotto alla dimensione di
consumatore. È questo il ter-reno sul quale occorre collocare anche alcune
delle manifestazioni di violenza alle quali assistiamo. Quando un giovane
assalta un negozio per impossessarsi di una borsa firmata o di un paio di
scarpe costose, non sta necessariamente rifiutando i valori della società
capitalistica. Al contrario, può manifestarne l'interiorizzazione più completa.
Non contesta il significato sociale della merce, ma pretende di possederla. Non
mette in discussione il modello di successo che gli è stato imposto, ma cerca
di raggiungerlo attraverso la violenza. È una forma di ribellione che rimane
interamente prigioniera dell'ideologia dominante. Il capitalismo ha costruito
desideri che non può soddisfare universalmente, ha trasformato il consumo in un
criterio di riconoscimento sociale e ha alimentato aspettative che le
condizioni materiali di esistenza rendono irraggiungibili per una parte
crescente della popolazione. La contraddizione tra il modello di vita
continuamente proposto e la possibilità concreta di realizzarlo produce
frustrazione, risentimento e, in determinate condizioni, comporta-menti
distruttivi. Naturalmente non esiste un rapporto automatico tra povertà e
violenza, né sarebbe corretto attribuire ogni comportamento criminale alle
contraddizioni del sistema economico. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare
la responsabilità culturale di un modello che ha fatto dell'affermazione
individuale e del possesso delle merci i principali criteri di realizzazione
personale. Il paradosso è che la borghesia si scandalizza davanti alle conseguenze
di quella stessa cultura che ha contribuito a rendere egemone. Avete insegnato
che il successo si misura attraverso il denaro, che l'arricchimento personale
costituisce il principale obiettivo dell'esistenza, che il pre-stigio dipende
dai consumi e che ciascuno deve competere contro tutti gli altri. Avete
costruito una società nella quale tutto tende a diventare merce, compresi il
lavoro, le relazioni umane e le aspi-razioni individuali. E oggi vi sorprendete
perché alcuni individui, privi degli strumenti economici per partecipare a
questo universo di consumi, cercano di appropriarsene con la forza. Non sto giustificando
i saccheggi. Sto sostenendo che una società non può sottrarsi alla
responsabilità di aver prodotto i valori che orientano i comportamenti dei suoi
membri. Da un punto di vista marxista, la questione è ancora più profonda.
L'ideologia dominante non è semplicemente un insieme di idee diffuse attraverso
i mezzi di comunicazione, ma l'espressione di determinati rapporti sociali, che
vengono presentati come naturali e inevitabili. Il neoliberismo ha
rappresentato, sotto questo profi-lo, uno straordinario successo egemonico del
capitalismo. Ha convinto ampi settori delle classi subalterne che non
esistessero alternative al mercato, che la competizione fosse una legge
naturale della società, che il successo o il fallimento dipendessero
essenzialmente dalle qualità individuali e che la dimensione collettiva fosse
un ostacolo alla libertà personale. Ha perfino trasformato la precarietà in
flessibilità, la perdita delle garanzie sociali in opportunità e la
subordinazione del la-voro alle esigenze del capitale in una presunta necessità
della modernizzazione. Questa egemonia, tuttavia, potrebbe oggi entrare in una
fase di crisi. Il modello culturale continua a esercitare una forza enorme, ma
la sua promessa fondamentale, quella di un benessere accessibile attraverso l'iniziativa
individuale e il mercato, appare sempre meno credibile agli occhi di settori
crescenti del-la popolazione. Il lavoro non garantisce più necessariamente
condizioni di vita dignitose, il costo delle abitazioni rende difficile
l'autonomia delle nuove generazioni, i servizi pubblici si deteriora-no e la
mobilità sociale diventa sempre più problematica. In una città come Milano, per
molte famiglie, sostenere le spese per la casa, l'alimentazione, i trasporti e
i servizi essenziali rappresenta una difficoltà crescente anche in presenza di
redditi da lavoro. La questione non riguarda soltanto il potere d'acquisto, ma
la contraddizione tra le aspettative costruite dall'ideologia dominante e le
possibilità materiali offerte dai rapporti capitalistici di produzione. È
possibile, dunque, che ci troviamo davanti ai primi segnali di una crisi
dell'egemonia culturale neoliberale. Ma occorre evitare un equivoco
fondamentale: la crisi di credibilità di un modello non comporta
automaticamente il suo superamento. Una società può continuare a riconoscersi
nei valori dominanti anche quando non riesce più a realizzarli. Anzi, proprio
questa contraddizione può produrre forme di risentimen-to, aggressività e
competizione esasperata, anziché una coscienza collettiva alternativa. Il
giovane che saccheggia un negozio di lusso, in questo senso, non rappresenta
necessariamente la negazione dell'egemonia capitalistica, ma può esserne una
manifestazione estrema: rifiuta la propria esclu-sione dal consumo, non il
consumo come criterio di valore sociale. La crisi dell'egemonia può quindi
manifestarsi come perdita di consenso verso le istituzioni e verso le promesse
del sistema, senza tradursi ancora in una rottura con i suoi valori
fondamentali. È qui che il pensiero di Gramsci conserva una straordinaria
attualità. Una crisi organica si produce quando le classi dirigenti in-contrano
difficoltà crescenti a esercitare la propria funzione egemonica, mentre le
classi subalterne non dispongono ancora degli strumenti politici e culturali
necessari per costruire una nuova dire-zione della società. È una condizione
nella quale possono svilupparsi fenomeni contraddittori, dal-la protesta
sociale alla passività politica, dall'autoritarismo alle forme più irrazionali
di ribellione. E oggi il problema è precisamente questo: mentre il capitalismo
neoliberale mostra contraddizioni sempre più evidenti, non esiste una
prospettiva socialista sufficientemente organizzata, riconosci-bile e credibile
da rappresentare un'alternativa. La responsabilità di questa assenza non può
essere attribuita soltanto alla forza delle classi dominanti. Occorre
interrogarsi anche sulla trasformazione delle organizzazioni politiche che
storicamente si richiamavano al movimento operaio e al socialismo. Una parte
significativa della sinistra europea ha progressivamente abbandonato la critica
dei rapporti capitalistici di produzione, accettando il mercato come orizzonte
insuperabile e riducendo la propria funzione politica alla gestione delle sue
conseguenze sociali. Il socialismo, inteso come progetto di trasformazione dei
rapporti di proprietà, del potere economico e dell'organizzazione della
produzione, è stato sostituito da un socialiberalismo che tenta di conciliare
la centralità del mercato con alcune forme di protezione sociale e con il
riconoscimento dei diritti individuali. Non si tratta di negare l'importanza
dei diritti civili o delle politiche redistributive, ma di riconoscere che
questi obiettivi, quando vengono separati dalla critica del capitalismo, non
costituiscono di per sé una prospettiva socialista. La contraddizione tra
capitale e lavoro è stata progressivamente marginalizzata, mentre la politica è
diventata soprattutto amministrazione dell'esistente. Le stesse formazioni che
continuano a richiamarsi al socialismo, nei simboli, nella storia o nel
linguaggio, hanno spesso accettato i presupposti fondamentali dell'economia
neoliberale. Si dichiarano progressiste, ma non mettono in discussione la
struttura dei rapporti di produzione; denunciano le disuguaglianze, ma
raramente affrontano il problema della proprietà e dell'appropriazione privata
della ricchezza socialmente prodotta. Il risultato è che milioni di lavoratori
e di giovani non riconoscono più in queste organizzazioni una rappresentanza
capace di interpretare le proprie condizioni materiali e di indicare una
prospettiva di trasformazione. In questo quadro si collocano anche le politiche
delle classi dirigenti europee. Mario Draghi ha indicato la necessità di
mobilitare investimenti aggiuntivi nell'ordine di 750-800 miliardi di euro
annui per rilanciare la competitività dell'Unione europea, attraverso
interventi che riguardano diversi settori strategici e non esclusiva-mente il
riarmo. Tuttavia, la crescente centralità della spesa militare nelle scelte
europee pone una questione politica che non può essere elusa: quali interessi
vengono considerati prioritari e chi sosterrà i costi delle nuove politiche
economiche? Quando si parla di sanità, scuola, pensioni, salari e protezione
sociale, le risorse sembrano sempre insufficienti; quando invece si affrontano
le esigenze della competitività strategica, della sicurezza militare e del sostegno
ai grandi apparati industriali, le priorità cambiano. Le posizioni di Kaja
Kallas, Ursula von der Leyen, Giorgia Meloni, Elly Schlein, Giuseppe Conte,
Emmanuel Macron e Friedrich Merz presentano differenze politiche anche
significative, ma gran parte delle forze che governano o aspirano a governare
l'Europa continua a muoversi all'interno di un quadro economico che assume la
permanenza dei rapporti capitalistici come un dato sostanzialmente
indiscutibile. Lo Stato, contrariamente alla retorica neoliberale, non si è
ritirato dall'economia: ha ridefinito le proprie funzioni, intervenendo per
sostenere l'accumulazione del capitale, garantire la stabilità del sistema
finanziario e gestire le contraddizioni sociali. Quando queste ultime diventano
più acute, cresce anche la tendenza a privilegiare strumenti di controllo,
sicurezza e repressione rispetto all'allargamento degli spazi di partecipazione
democratica. La borghesia perbenista, intanto, continua a indignarsi davanti
alle vetrine infrante, ma mostra ben minore sensibilità nei confronti della
violenza economica prodotta dalla chiusura delle fabbriche, dalla
precarizzazione del lavoro, dalla speculazione immobiliare e dalla concentrazione
della ricchezza. Una fabbrica che chiude può compromettere l'esistenza di
centinaia di famiglie; una speculazione immobiliare può espellere intere
comunità dai quartieri nei quali hanno vissuto per generazioni; la precarietà
può privare milioni di giovani della possibilità di costruire un futuro. Eppure
questi fenomeni vengono descritti attraverso il linguaggio apparentemente
neutrale dell'efficienza, della flessibilità e della competitività. Quando
invece viene devastato un negozio, il linguaggio cambia immediatamente:
barbarie, criminalità, emergenza, repressione. Naturalmente la violenza
economica non rende legittima quella dei saccheggiatori, ma rivela la
selettività dell'indignazione di una classe dominante che tende a considerare
intollerabile la violazione della proprietà privata, mentre presenta come
inevitabili le conseguenze sociali delle proprie scelte economiche. Il problema
politico fondamentale, tuttavia, non è soltanto denunciare questa ipocrisia. È
comprendere perché il malessere prodotto dalle contraddizioni del capitalismo
non trovi una traduzione in coscienza di classe e in organizzazione politica.
Qui emerge l'assenza di ciò che Lenin definiva rivoluzionari di professione,
non nel senso di una casta separata dalle masse, ma di mili-tanti politicamente
formati, radicati nei conflitti sociali, capaci di collegare le rivendicazioni
immediate a una prospettiva generale di trasformazione. Senza una direzione
politica e culturale alternativa, le proteste degli agricoltori, dei
lavoratori, degli studenti e dei settori sociali impoveriti rischiano di
rimanere frammentate, mentre la rabbia delle periferie può esaurirsi in
comportamenti distruttivi che non intaccano minimamente i rapporti di potere.
Il capitalismo può sopravvivere anche a una crisi della propria legittimazione,
soprattutto quando le classi subalterne non dispongono di un progetto capace di
sostituire l'egemonia esistente. La disperazione non produce necessariamente
socialismo; può alimentare nazionalismo, razzismo, autoritarismo e guerra tra
poveri. Per questo la questione decisiva non è semplicemente organizzare la
protesta, ma ricostruire una cultura socialista capace di contendere al
capitalismo la direzione intellettuale e morale della so-cietà. Occorre
rimettere al centro il lavoro, la solidarietà, la dimensione collettiva
dell'esistenza, il controllo democratico della ricchezza socialmente prodotta e
il superamento dell'idea che il mercato rappresenti l'unica forma possibile di
organizzazione dei rapporti umani. Non basta proporre una distribuzione meno
ingiusta del reddito lasciando immutati i rapporti di proprietà e di potere.
Occorre ricostruire un immaginario sociale alternativo, perché nessuna
trasformazione socialista può affermarsi stabilmente se non mette in
discussione anche i valori, le aspirazioni e i modelli di vita attraverso i
quali il capitalismo riproduce la propria egemonia. Ai signori della borghesia
perbenista, che si scandalizzano davanti a una borsa Louis Vuitton rubata,
vorrei allora rivolgere un'ultima considerazione. Quei saccheggiatori non sono
la negazione del vostro mondo. Ne sono, sotto molti aspetti, il prodotto
culturale più contraddittorio. Avete costruito una società nella quale il
possesso delle merci rappresenta il principale simbolo del successo e oggi vi
sorprendete perché alcuni individui, esclusi dalle possibilità materiali di
quel successo, cercano di appropriarsene attraverso la violenza. Ma quelli di
cui dovreste realmente preoccuparvi non sono coloro che desiderano
impossessarsi delle vostre merci. Sono i lavoratori che potrebbero cominciare a
interrogarsi su chi produce la ricchezza, su chi se ne appropria e sui rapporti
sociali che rendono possibile questa appropriazione. Sono i giovani che
potrebbero comprendere che la precarietà non è una condizione naturale, gli
studenti che potrebbero riconoscere nella mercificazione dell'istruzione una
manifestazione dei rapporti capitalistici, i settori sociali che potrebbero
trasformare il proprio malessere in coscienza collettiva. Se queste forze
trovassero una prospettiva socialista e un'organizzazione politica capace di
rappresentarle, la questione non sarebbe più quella di qualche vetrina
infranta, ma della proprietà dei mezzi di produzione, del controllo della
ricchezza socialmente prodotta e della messa in discussione dei privilegi di
classe. Per il momento, però, siamo ancora lontani da una simile prospettiva.
Assistiamo a proteste frammentate, a esplosioni episodiche di rabbia e a
manifestazioni di violenza che, pur maturando dentro le contraddizioni della società
capitalistica, non esprimono alcuna alternativa emancipatrice. L'egemonia culturale
del neoliberismo potrebbe cominciare a incrinarsi, ma continua a condizionare
profondamente anche coloro che ne subiscono le conseguenze. E la tragedia
politica del nostro tempo è che, proprio mentre il capitalismo mostra le
proprie contraddizioni, le forze che dovrebbero rappresentarne l'alternativa
hanno in larga misura rinunciato a immaginare una società diversa, adattandosi
alla gestione socialiberale dell'esistente. È questa la contraddizione più
grave: un modello economico e culturale che potrebbe perdere progressivamente
consenso, senza che esista una forza socialista capace di raccogliere il
malessere e trasformarlo in una nuova egemonia. Perché il vero pericolo per il
capitalismo non è il povero che desidera possedere le merci del ricco, ma il lavoratore
che comprende perché quella ricchezza esiste, chi la produce, chi se ne
appropria e decide di organizzarsi per modificare quei rapporti. Finché questa
consapevolezza non diventerà coscienza di classe e progetto politico, sotto il
cielo potrà esserci tutta la confusione possibile, ma non per questo nascerà
una rivoluzione o semplicemente una proposta riformista. E la borghesia potrà
continuare a indignarsi per le proprie vetrine infrante, senza dover temere che
qualcuno metta realmente in discussione il sistema economico e culturale che
quelle vetrine rappresentano.

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