Islam e ora di religione: la CEI nega l’evidenza

Dietro la polemica sulle schede dedicate all’islam si nasconde una questione ben più importante: il futuro dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola italiana. La Conferenza episcopale respinge le critiche, ma le sue stesse iniziative raccontano una storia diversa.

Matteo Maria Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana


di Gianfranco Blasi

C’è un modo assai singolare di rispondere alle critiche: accusare chi le muove di diffondere notizie false, trasformando una questione di merito in una disputa sulle intenzioni di chi la solleva. È quello che sta accadendo dopo la presentazione delle schede sull’islam destinate all’ora di religione cattolica nelle scuole italiane.

La Conferenza Episcopale Italiana ha scelto una linea difensiva piuttosto netta: non si vuole insegnare l’islam, si dice, ma soltanto fornire agli editori dei libri di testo un supporto affidabile per affrontare il pluralismo religioso e il dialogo interculturale.

Una spiegazione che, a ben vedere, non chiarisce affatto la questione. La sposta.

Il 29 ottobre, su AgenSir, il direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della CEI, Vincenzo Corrado, ha definito una «bufala» la notizia che la Conferenza episcopale promuova l’insegnamento dell’islam nelle scuole. Il giorno successivo, su Avvenire, Milena Santerini, docente di pedagogia all’Università Cattolica ed esponente, manco a dirlo, della Comunità di Sant’Egidio, ha ribadito che si tratta soltanto di un supporto agli editori per la realizzazione di libri di testo corretti e verificati.

Il solito copione: si attribuisce agli interlocutori una posizione che non hanno sostenuto, la si liquida come falsa e si conclude che la polemica sarebbe alimentata da chi ha interesse a contrapporre le religioni.

Ma il problema non è mai stato quello di impedire che nelle scuole si parli anche dell’islam. Nessuno, almeno tra i critici seri dell’iniziativa, a cominciare da chi scrive, ha mai sostenuto che conoscere le altre religioni rappresenti una minaccia per la fede cattolica.

La questione è un’altra: perché e in quale misura l’ora di religione cattolica dovrebbe diventare il luogo privilegiato per la conoscenza dell’islam? E soprattutto, quale idea di cattolicesimo, di dialogo e di pluralismo religioso ispira questa operazione?

Un semplice sussidio, davvero?

Basterebbe osservare le circostanze della presentazione delle schede per comprendere quanto sia debole la versione ufficiale.

Il 21 ottobre, presso l’Ambasciata d’Italia della Santa Sede, si è svolto un incontro di grande rilievo istituzionale, con la partecipazione del presidente della CEI, cardinale Matteo Zuppi, di altri rappresentanti ecclesiastici e delle principali organizzazioni islamiche accreditate in Italia.

Ora, se l’obiettivo fosse stato semplicemente quello di offrire agli editori un materiale di consultazione, perché organizzare un evento di tale portata? Perché coinvolgere le maggiori organizzazioni islamiche e il presidente della Conferenza episcopale?

E perché un volume di 95 pagine, destinato a confluire nei libri di testo di religione cattolica?

Considerando che i testi adottati per l’insegnamento della religione cattolica sono pubblicati da un numero relativamente ristretto di case editrici, non sarebbe stato più semplice convocarne i rappresentanti e consegnare loro il materiale?

La sproporzione tra il presunto obiettivo editoriale e la solennità dell’iniziativa suggerisce che ci sia qualcosa di più.

Del resto, la CEI ha già pubblicato analoghe schede sull’ebraismo e sta preparando materiali dedicati al buddismo e all’induismo. Se il progetto dovesse proseguire con questa impostazione, quanto spazio rimarrebbe nei libri di religione per la religione cattolica?

È una domanda provocatoria, certo. Ma non per questo meno legittima.

Le parole di Zuppi e il dialogo che non ammette obiezioni

Alla presentazione del 21 ottobre il cardinale Zuppi ha denunciato il rischio dell’islamofobia e invitato i giornalisti a «andare a scuola». Un’espressione che, nel contesto di una polemica già accesa, ha finito per suonare come una lezione impartita a chiunque osi mettere in discussione l’iniziativa.

Ma la questione più interessante riguarda le parole di monsignor Gaetano Castello, vescovo ausiliare di Napoli e presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo.

Secondo quanto riportato dalla stessa AgenSir, centinaia di insegnanti di religione avrebbero accolto con favore le schede e le utilizzerebbero già nel dialogo con gli studenti.

Dunque, non soltanto un materiale destinato agli editori, ma uno strumento già entrato nelle aule scolastiche.

E allora perché negare che si tratti di un’iniziativa volta a promuovere la conoscenza dell’islam attraverso l’ora di religione cattolica?

Nella presentazione delle schede, firmata dal segretario generale della CEI, monsignor Giuseppe Baturi, e da Wassim Salman, presidente del Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica, si parla esplicitamente di una corretta conoscenza e trasmissione dell’islam.

Non è una colpa. Ma è una scelta culturale ed educativa che merita di essere discussa senza essere liquidata come una fake news.

Il dialogo non può diventare una favola

C’è poi un problema di contenuti.

Le schede della CEI propongono una rappresentazione dell’islam costruita attorno al dialogo, alla fraternità e alla reciproca conoscenza. Valori importanti, naturalmente. Ma il dialogo, quando diventa una rappresentazione edulcorata della realtà, rischia di trasformarsi in una forma di disinformazione.

Non si tratta di ridurre l’islam alle sue frange estremiste, come sostiene Santerini. Si tratta di riconoscere che le differenze teologiche, le tensioni storiche e le contraddizioni interne alle religioni esistono e non possono essere cancellate per rendere più rassicurante il confronto.

Una studiosa come Valentina Colombo, nel suo volume Islam – Istruzioni per l’uso, ha affrontato proprio alcune delle questioni che il dialogo irenico tende a eludere. A cominciare dalla differenza tra l’Abramo biblico e quello coranico, che non sono figure sovrapponibili, fino al tema della libertà religiosa e dell’apostasia.

Sono questioni scomode, ma indispensabili per una conoscenza seria dell’islam.

E che dire delle persecuzioni contro i cristiani in alcune aree del mondo? Il rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre, pubblicato in questi giorni, richiama ancora una volta l’attenzione sull’integralismo islamico come una delle principali cause della persecuzione anticristiana, soprattutto in Africa.

Non è necessario trasformare questa realtà in una generalizzazione sull’intero mondo musulmano. Ma non è neppure accettabile relegarla nel capitolo delle eccezioni trascurabili.

Il dialogo non è una gara a chi nasconde meglio le differenze. È il confronto tra identità che si riconoscono reciprocamente senza rinunciare alla propria verità.

Il vero obiettivo: cambiare l’ora di religione?

È qui che la polemica assume un significato ben più ampio.

Da tempo, in diversi ambienti ecclesiastici e accademici, si discute della possibilità di trasformare l’insegnamento della religione cattolica in una disciplina più generale, dedicata alla storia e alla conoscenza delle religioni.

Una prospettiva che presenta evidenti problemi giuridici e politici, ma che non sembra estranea alle iniziative promosse dalla CEI.

Lo scorso 6 ottobre, all’Università La Sapienza di Roma, si è svolto un convegno intitolato «Verso un nuovo insegnamento della religione a scuola». Non un’iniziativa isolata, ma il risultato di un percorso di ricerca avviato con il sostegno economico della stessa Conferenza episcopale.

Filippo Benini, uno dei promotori del progetto, ha spiegato in un’intervista a Settimana News che il finanziamento della CEI, già nel 2024, ha permesso di costituire un gruppo di ricerca composto da storici delle religioni, teologi, pedagogisti e docenti di religione.

Il gruppo ha lavorato per elaborare una riflessione critica sull’attuale modello dell’IRC e delineare possibili prospettive di rinnovamento. Il rapporto conclusivo è stato consegnato alla CEI nel novembre 2025.

Dunque, non soltanto schede per gli editori, ma un progetto di ricerca finanziato dalla Conferenza episcopale per ripensare l’insegnamento della religione cattolica.

È legittimo che la CEI finanzi ricerche e sperimentazioni sul futuro dell’IRC. Ma è altrettanto legittimo chiedersi quale sia la direzione di questo cambiamento e perché non se ne discuta apertamente.

Se l’obiettivo è trasformare l’ora di religione cattolica in una disciplina dedicata alla conoscenza delle religioni, lo si dica chiaramente. Se invece si vuole mantenere l’insegnamento della religione cattolica, allora si spieghi perché le schede sull’islam debbano occupare uno spazio così rilevante.

La questione non è il dialogo. È la trasparenza.

Una Chiesa che ha paura delle domande

La CEI può legittimamente sostenere che le schede sull’islam siano uno strumento di conoscenza e di dialogo. Può rivendicare il valore dell’incontro tra le religioni e promuovere una cultura della convivenza.

Ma non può pretendere che ogni critica venga automaticamente catalogata come islamofobia, né può liquidare come falsa una questione che riguarda il futuro dell’insegnamento della religione cattolica.

Soprattutto, non può chiedere ai fedeli di fidarsi delle sue intenzioni senza consentire loro di discutere le sue scelte.

La Chiesa italiana sembra aver smarrito una certezza elementare: il dialogo non si costruisce negando le differenze, ma riconoscendole. E la conoscenza non nasce dall’omissione delle verità scomode, bensì dalla capacità di affrontarle.

Per questo la domanda rimane aperta: l’ora di religione cattolica è ancora il luogo in cui si insegna la fede cattolica, oppure sta diventando il laboratorio di una nuova educazione religiosa, nella quale tutte le fedi sono chiamate a convivere sotto l’egida di un indistinto pluralismo?

La CEI ha tutto il diritto di promuovere il dialogo. Ma ha anche il dovere di spiegare dove vuole condurci.

E, soprattutto, di smettere di chiamare bufala ogni domanda che non le piace.

 

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